martedì 20 ottobre 2026

Giovanna, la prof che morì in classe, aveva don Pino Puglisi nel cuore

Don Pino Puglisi e la prof. Giovanna Somma

 

La professoressa Giovanna Somma, tragicamente scomparsa a causa di un malore in classe, al liceo Vittorio Emanuele II, aveva un profondo legame con don Pino Puglisi e portava nel cuore il suo esempio come insegnante. A distanza di sei mesi dalla morte della docente (15 aprile 2026, a 59 anni) e in coincidenza della memoria liturgica di don Puglisi (il 21 ottobre) emergono i ricordi di colleghi, amici e alunni che accendono una nuova luce su una continuità didattica ed educativa tra le due figure.


CON DON PUGLISI AL LICEO VITTORIO EMANUELE II


Don Pino Puglisi è stato docente di religione al Vittorio Emanuele II di Palermo dal 1978 al 15 settembre 1993 (quando fu ucciso dalla mafia). Giovanna Somma aveva conosciuto il sacerdote al liceo (1980-85) e nel 2006 era tornata a insegnare per sua volontà nello stesso istituto che aveva frequentato come brillante studentessa. Dedicando alle nuove generazioni di "vittorini" la medesima attenzione al dialogo, la stessa empatìa con gli alunni e la passione per la cultura come strumento di impegno civile.

Sui social, dopo la scomparsa, sono apparse molte testimonianze sulla professoressa. Lia Saccà, compagna di banco alle medie, la descrive come una divoratrice di libri: "Mi ricordo della sua altissima intelligenza, infatti mentre noi leggevamo i giornaletti adatti alla nostra età (11/13 anni) Giovanna studiava la biografia della famiglia Kennedy...Componeva temi che neanche uno scrittore con esperienza avrebbe potuto scrivere meglio. Lei però rimaneva umile, semplice e sensibile. Quanto era dolce e affettuosa con tutti!".

Marianna Di Mino racconta un aneddoto sulla fama che circondava la studentessa già ai primi anni del liceo: "In quinto ginnasio scrissi un azzeccato tema sui Promessi Sposi. Qualcuno dei docenti ebbe a dire: forse abbiamo una nuova Giovanna Somma! Così venni a conoscenza di Giovanna, della sua aura e del suo valore già acclarato. Purtroppo a quel mio tema non ne seguirono altri così apprezzati...Giovanna era un paio di anni davanti a me ma era ben altro: aveva un'intelligenza superiore, brillante, veloce. Si impose per le sue capacità. Con dolcezza. Di lei ricordo lo sguardo buono, calmo e sereno".

Chi l'ha conosciuta racconta di una donna minuta e garbata, di grande delicatezza, si presentava in punta di piedi, capace di appassionarsi alle piccole cose e autoironica, sapeva anche prendersi in giro per i numerosi capelli bianchi che aveva già al secondo liceo (li chiamava "la fluente chioma argentea"). Diplomata in pianoforte, amante dei cori, del teatro e dei gatti, qualche volta entrava in classe con una maglietta di Gatto Silvestro e una scritta che faceva sorridere gli studenti: «Gattocomunisti sempre». Ma dietro quell'ironia c'era soprattutto una straordinaria capacità di prendersi cura degli altri.



AVEVA INTERIORIZZATO LA LEZIONE DI DON PINO


Don Francesco Machì

Racconta l'amico don Francesco Machì, anche lui docente al Vittorio Emanuele: "Giovanna aveva ricordi molto affettuosi di don Puglisi, conservava nella memoria l'immagine di un prete piccolo di statura ma carico di grande umanità per i suoi ragazzi. Era convinta, come don Pino, che si dovesse affiancare alle lezioni anche una spinta verso l'impegno sociale nella città, a favore degli ultimi. Lei per questo aveva iniziato l'attività di volontariato con la Comunità di Sant'Egidio ed era riuscita a coinvolgere diversi studenti".

Aggiunge Fina Giametta, una docente molto amica di Giovanna Somma: "Quando parlavamo di don Puglisi ripeteva spesso che come guardava lui profondamente gli alunni negli occhi, mai nessun altro. Sembrava che sentisse ancora su di sé quello sguardo dolce ma penetrante del sacerdote. Anche lei, come tanti altri del resto, era colpita dal fatto che don Puglisi aveva pure una capacità straordinaria di entrare in contatto con i non credenti, puntando sui valori di solidarietà che sono condivisi da tutti".

L'insegnante Irene Di Gesù, amica sin dai tempi del liceo (erano compagne di classe), ricorda: "Sia io che Giovanna avevamo una memoria ben precisa del sorriso di don Puglisi, sembrava che mai nessun pensiero lo potesse turbare. Era una presenza sempre serena e sorridente nelle classi e nei corridoi del Vittorio Emanuele II. Dopo la morte, si accrebbe da parte di tutte e due l'ammirazione per la sua figura e per il suo sacrificio, avendo appreso quanto era successo a Brancaccio. Credo che questo senso di orgoglio e di appartenenza al mondo del liceo e anche i ricordi di don Puglisi siano stati alla base del desiderio di Giovanna di tornare a insegnare in quell'istituto". Tra le tante commemorazioni e iniziative dedicate al sacerdote-martire, Irene Di Gesù ricorda uno spettacolo in cui fu coinvolta proprio da Giovanna: "Eravamo al Don Orione, lei mi spinse a partecipare all'allestimento di un testo teatrale, accompagnato da musiche, su don Pino e ci trovammo così insieme sul palco a cantare per lui".


Il prof. Roberto Lopes

Nitido e importante il ricordo del professore Roberto Lopes (originario di Mezzojuso) che ha conosciuto don Puglisi durante gli anni Settanta a Godrano, aiutandolo nell'animazione delle attività parrocchiali. Negli anni a seguire l'amicizia è poi proseguita e il sacerdote ha benedetto le sue nozze. Dal 2006 al 2022 ha insegnato al Vittorio Emanuele II e ha conosciuto Giovanna Somma. "Nelle pause o in sala professori, scoperta la comune conoscenza di don Puglisi, lo ricordavamo e ci confrontavamo su di lui. Giovanna ne parlava come di una persona che le aveva toccato l'animo e aveva lasciato in lei una traccia indelebile, un segno importante nella sua formazione e nella sua personalità". Un esempio concreto: Roberto Lopes è autore del musical "Tu da che parte stai?" che ruota intorno a un immaginario dialogo tra don Puglisi e il suo killer, intrecciando riflessioni sul bene e sul male, sulla condizione umana, con ampi riferimenti alla vita del sacerdote e al suo sacrificio.

"Giovanna – ricorda il professore Lopes – ha visto lo spettacolo numerose volte nelle varie occasioni in cui lo abbiamo rappresentato in ricordo di padre Puglisi. Era sempre attenta e mi diceva che le piaceva molto e lo rivedeva con interesse. In occasione di presentazioni di libri o iniziative al liceo che potevano avere una attinenza, sceglieva proprio alcuni brani dal mio testo su Puglisi e li cantava durante la manifestazione. Tra l'altro, aveva una bellissima voce e infatti faceva parte di diversi cori". Aggiunge Lopes: "Don Pino ci ha insegnato che un professore non deve fare monologhi in classe per esibire se stesso e la propria cultura. Deve avere invece capacità di ascolto e di dialogo con i ragazzi. Giovanna aveva queste qualità, con grande delicatezza si poneva in ascolto dell'altro, in classe o anche fuori dal liceo. Ho ricordi dolcissimi della sua attenzione alla persona, metteva a nudo l'anima per donarsi del tutto all'altro e calarsi nei suoi problemi. In questo aveva sviluppato una religiosità cristiana profonda, mai bigotta, senza formalismi ma che puntava all'essenziale, esattamente come don Puglisi: al centro deve esserci il rispetto dell'Uomo, il saper vedere il volto di Gesù anche nel viso dei sofferenti, nella comprensione delle fragilità della persona che la vita ci pone davanti. Da questo nasce l'attenzione straordinaria agli alunni e ai loro problemi. In una frase: ne aveva cura. Sempre. Anche ben oltre gli orari delle lezioni".

C'è infine un ricordo legato a Pirandello: durante la pandemia, Lopes aveva organizzato per gli alunni (con la Dad) un laboratorio di scrittura teatrale per trasformare in un testo drammaturgico la novella dello scrittore intitolata "Canta l'epistola". E' la storia di un ex seminarista che sceglie la contemplazione della natura per trovare pace e finirà per essere ucciso "per un filo d'erba" che tanto gli stava caro e che una ragazza aveva calpestato. "Ne parlammo con Giovanna – conclude Lopes – e ci guidò con maestrìa a una profonda interpretazione di Pirandello e della sua apertura al senso del sacro che è nella natura e che questa novella rappresenta. Non solo: cogliere la presenza del divino nella natura è uno dei fili rossi di padre Puglisi, lui portava i ragazzi di notte a Rocca Busambra, in cima alle montagne per aspettare l'alba, faceva gustare la bellezza delle vallate. Anche Giovanna amava il trekking e percorrere i sentieri fino alle cime più alte, per godere lo spettacolo del creato. Io credo che questo sia un altro punto di contatto tra i due".

Giovanna Somma (a destra) con l'amica Antonietta Varvaro a una gita in montagna del CAI

Una celebrazione all'aperto di don Puglisi

Roberto Picone è stato apprezzatissimo docente e vicepreside del Vittorio Emanuele II. Ha conosciuto Giovanna come brillante studentessa liceale all'inizio degli anni Ottanta. Anche se non era nel suo corso, gli arrivavano gli elogi per la giovane alunna da parte dei professori del corso A, tra cui Mario Franchina al quale Giovanna era legatissima. Poi Picone l'ha ritrovata nel 2006 come insegnante: "Era una docente molto preparata ma soprattutto aveva una grandissima umanità e capacità di dialogo con gli studenti. Durante i consigli di classe, ricordo la sua presenza discreta ma sempre puntuale ed efficace, con interventi che invitavano a una considerazione globale dell'alunno, pur senza nulla togliere al giusto metro di giudizio. Era una persona davvero eccezionale. Abbiamo visto le immagini dei funerali e la commozione degli alunni di Giovanna che, in lacrime, hanno portato a spalla la bara. Abbiamo ascoltato la profondità dei loro ricordi. Abbiamo visto e ascoltato tutto questo quasi con stupore. Ma ora che emergono i suoi legami affettivi e spirituali con don Pino Puglisi, che pure io ho conosciuto e apprezzato per tanti anni al liceo per il suo straordinario stile pedagogico, ogni cosa ha una spiegazione ed è connessa. Come dicono i francesi, tout se tient, tutto si tiene".

Sulla vicinanza interiore con don Puglisi sui social ci sono alcuni post o commenti pubblici. Nelle sue classi, colpita dall'episodio oggi diventato famoso, Giovanna Somma raccontava la storia dello scatolone che il sacerdote pestava col piede davanti agli studenti ginnasiali. Per poi – provocato il loro stupore - potersi autodefinire con ironia "un prete rompiscatole". E la professoressa ricordava anche altri aneddoti o frasi famose del sacerdote come "Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto".

Risulta da diverse testimonianze che, quando lo consentivano gli orari (e i suoi "atavici ritardi", come li ha definiti con simpatia don Machì nell'omelia dei funerali), la professoressa Somma si fermava in Cattedrale per una breve preghiera mattutina sulla tomba di don Puglisi (il liceo si trova proprio accanto alla chiesa). Quando poteva, partecipava alle messe del 15 settembre e, insieme con altri docenti, alla manifestazione "Un fiore per 3P" in Cattedrale, iniziativa che coinvolge ogni anno centinaia di alunni del Vittorio Emanuele e di altre scuole. Con un omaggio floreale e un ricordo del sacerdote-martire che amava (per chi non lo sapesse) il nomignolo 3P, formato dalle iniziali Padre Pino Puglisi. Con emozione la professoressa Somma aveva parlato agli alunni della beatificazione del sacerdote (25 maggio 2013) e della visita di Papa Francesco a Palermo per rendere omaggio al martire nel 25° dell'omicidio di mafia (15 settembre 2018).


Il quadro di don Puglisi che si trova in Cattedrale accanto alla tomba


Alla fine del funerale in Cattedrale, docenti e alunni hanno scelto di lasciare alcuni dei tanti cuscini di fiori che erano stati portati per Giovanna proprio sulla tomba di don Puglisi.


AIUTARE I RAGAZZI A TROVARE IL SENSO DELLA VITA


Ma non sono soltanto questi episodi ad attestare il forte legame emotivo e ideale tra le due figure. Anche lo stile educativo molto simile dei due insegnanti è emerso chiaramente durante alcune commemorazioni e messe dopo la morte. I ricordi lasciati dagli studenti del Vittorio Emanuele II dipingono la professoressa Giovanna Somma come un'autentica guida di vita, capace di usare la letteratura – e in particolare l'amato Pirandello e anche la musica – come uno specchio per aiutare i ragazzi a guardarsi dentro. E a trovare il senso della propria esistenza, ricalcando lo stile pedagogico che fu di don Pino Puglisi, il taglio esistenziale delle sue lezioni e dei campi scuola che organizzò negli Anni Ottanta (vengono ricordati con lo slogan "Sì, ma verso dove?", cioè: "Verso dove vogliamo che vada la nostra vita?", domanda che il sacerdote rivolgeva ai suoi ragazzi, prendendo in prestito il titolo di una mostra vocazionale). Dopo la tragica scomparsa in classe della professoressa Somma, la comunità dei suoi studenti ha espresso pensieri profondi che evidenziano questo parallelismo educativo.

Un'immagine della prof. Somma dalla locandina per la messa organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio


«Un angelo ci ha attraversato la vita, colmando il nostro tempo di parole, pensieri, immagini, sogni, cose fatte insieme, cose ancora tante da fare. Allora capita di fare una passeggiata o una gita, andare a una conferenza, mangiare un gelato, partecipare a una manifestazione, fare volontariato, scambiarsi un abbraccio, ricevere un dono, sentirsi per telefono, stare a parlare anche ore, leggere una poesia, scrivere una frase alla lavagna, che ci resterà per sempre. La professoressa Giovanna Somma ci ha attraversato la vita. Con lei ognuno e ognuna di noi ha condiviso il sorriso, la speranza, l’amore incondizionato per la scuola, per la bellezza, per il prossimo». Sono le frasi scelte per l'addio dalla scuola sui propri social e condivise dai ragazzi, che confermano come la professoressa non si limitasse a trasmettere nozioni di italiano o latino, ma entrasse in empatia profonda con gli alunni e con la loro vita anche fuori dal liceo.

Proprio come accadeva nelle ore di lezione di don Puglisi, la cattedra diventava un pretesto per sollevare domande esistenziali, offrendo ascolto, coltivando la bellezza della letteratura ma anche calando le lezioni nelle tematiche sociali e stimolando l'impegno e l'amore per il prossimo. Come abbiamo accennato, in una manifestazione al Politeama diversi alunni hanno ricordato che la docente li aveva convinti ad avviare esperienze di volontariato presso la Comunità di Sant'Egidio (guidata da Renzo Messina). Lei stessa faceva volontariato nella Comunità da circa cinque anni, dedicando il proprio tempo agli ultimi della città. Alcuni hanno sottolineato di averla vista servire il pranzo per i poveri a Natale 2025 e anche in precedenza.


LA SALUTE COMPROMESSA


In cattedra la professoressa Somma aveva fatto la scelta consapevole di esserci per loro, per i suoi alunni che amava come figli. Successivamente alla scomparsa, è emerso che la docente sapeva che la sua salute era gravemente compromessa per un problema cardiaco che si era presentato nel '98 a 32 anni e ormai non era più operabile. Sapeva che le restava poco tempo. Nonostante questo, ha scelto di non abbandonare la scuola, preferendo dedicare le ultime energie ai suoi ragazzi, fino all'ultimo secondo. Questa dedizione assoluta è propria di chi crede davvero nell'insegnamento e nei valori della scuola: un donarsi totale per il futuro degli alunni che evoca la testimonianza e il sacrificio della vita di don Puglisi per i ragazzi di Brancaccio che voleva sottrarre alla mafia. Don Puglisi e Giovanna Somma potevano andare. E invece hanno scelto di restare. Tra i loro ragazzi fino all'ultimo.


Don Cosimo Scordato

La domenica pomeriggio la professoressa frequentava le messe di don Cosimo Scordato alla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo (in via Bentivegna). Aveva una fede discreta, mai esibita né sbandierata, ma profonda. "Per un'insegnante che ci crede davvero nel suo lavoro – commenta don Scordato – è una bella morte morire in questo modo, sulla cattedra e con gli alunni. E' come per un sacerdote morire dicendo messa".

Giovanna Somma partecipava anche ad alcune iniziative di approfondimento e visite culturali organizzate da don Cosimo: "Era sempre attenta – ricorda il sacerdote – ma non si metteva mai in prima fila. Su certi argomenti, ritengo probabile che ne sapesse più di ogni altro fra i presenti, eppure non interveniva mai a sproposito come alcuni che invece vogliono essere sempre protagonisti e interrompono per far vedere quanto ne sanno". Don Scordato conferma anche le simpatiche fragilità che la contraddistinguevano: "Arrivava alla messa sempre in ritardo, trafelata. Poi aveva un po' la testa tra le nuvole...Aveva bisogno dell'ostia per i celiaci e l'accordo era che doveva portarla lei per la consacrazione. Però se la dimenticava spesso. Per fortuna c'era a messa un'altra signora pure celiaca e allora condividevano fraternamente l'ostia, spezzandola in due".

Va anche ricordato che – pochi anni fa, appena la pandemia del Covid diede tregua – Giovanna Somma fece il corso e si cresimò. La sua salute era sempre più fragile, sentì il bisogno spirituale dell'aiuto del sacramento della "confermazione".


IL RICORDO DELLE AMICHE DI UNA VITA


Da sinistra Antonietta Varvaro, Irene Di Gesù e Giovanna Somma


Antonietta Varvaro è stata compagna di banco di Giovanna Somma negli anni del Vittorio Emanuele e dopo il liceo, come Irene Di Gesù, ha mantenuto fino all'ultimo un fortissimo legame di amicizia. "Tanti ex alunni – ricorda – cercavano Giovanna per informarla della laurea o farle leggere la tesi o anche solo per salutarla. Questo prova la sua grande capacità di ascolto e di dialogo. Per gli studenti è stata come una mamma, loro erano i figli che non aveva potuto avere per i problemi di salute. Per me è stata l'amica del cuore, l'amica di una vita. Non è facile oggi trovare amici veri, magari hai confidenza con qualcuno ma sempre mantieni una ritrosia ad aprirti del tutto. Con lei invece potevi affidarti interamente. Era sempre pronta all'ascolto. Lei però ascoltava non per giudicare ma per capirti. Era una persona buona, generosa e sapeva mantenere segrete le tue confidenze. Sentivi che potevi fidarti".

"Aveva avuto una educazione cattolica in famiglia – continua - ma la sua esigenza di approfondimento, di una maggiore spiritualità nacque dopo l'operazione chirurgica del '98 che la salvò in extremis. Mi diceva che doveva ringraziare Dio per la vita che le era stata donata per la seconda volta, essere riconoscente e quindi impegnarsi ancora di più in quel tempo della sua vita che poteva ancora utilizzare". Negli ultimi anni, con l'aggravarsi delle condizioni, Antonietta Varvaro ricorda che a volte le diceva: "Ma con questi problemi che hai, non puoi vedere se riesci ad andare prima in pensione? Ma lei niente, tagliava corto: devo portare quella classe alla maturità, in quell'altra classe c'è un gruppo di ragazzi che ha davvero bisogno di aiuto...".

"Come è trapelato dopo la morte – conferma Antonietta – Giovanna era consapevole che non poteva più essere operata, era praticamente certo che sarebbe morta sotto i ferri, lo aveva appreso dai cardiologi. Allora aveva deciso di rimanere in cattedra fino all'ultimo, per donare agli alunni tutto il poco tempo rimasto".

Aggiunge Antonietta con un sorriso: "Viveva la sua vita ogni giorno a 100 chilometri all'ora. Voleva utilizzare la giornata fino all'ultima goccia, così prendeva tre impegni in un pomeriggio e arrivava sempre in ritardo fra teatro, cori, incontri, concerti...non si fermava mai. Sì, è vero, era una ritardataria cronica fin dagli anni del liceo, come è stato detto ai funerali. Ma noi tutti poi la perdonavamo".

"In tanto dolore per la sua mancanza, mi resta - conclude - quello che mi ha insegnato: occorre mettere da parte il sé per fare spazio agli altri. Mi diceva: anche se negli altri ci sono tanti difetti, tu li puoi vedere questi difetti, ma sforzati anche di trovare i pregi. Ci sono tante persone antipatiche, ma nessuno è perfetto. Così comunicava la sua bontà, la sua lezione di vita. Una lezione di Amore che porterò sempre nel cuore".

Anche Irene Di Gesù ricorda la totale dedizione di Giovanna per l'insegnamento che andava oltre ogni difficoltà di salute: "Una volta le capitò una rovinosa caduta in strada dalle parti di via Cavour. Soccorsa da un mio familiare e portata dai medici, le diedero un certificato per un lungo periodo di malattia, raccomandando assoluto riposo. Lei invece non ne voleva sapere di fermarsi e fece di tutto per tornare tra i suoi ragazzi anche prima del tempo".

"Giovanna – prosegue Irene – era una persona con una grande capacità di ascolto sia con noi amiche che con gli alunni. Metteva sempre al primo posto il rispetto per l'altro. Non si fermava alla superficie delle cose, tantomeno nella fede. Aveva una consapevolezza incrollabile nella paternità di Dio e si accostava ai sacramenti con assoluta regolarità. Era forte il rapporto con quel Padre che l'aveva soccorsa e al quale si era rivolta nei momenti più difficili della sua vita. La spiritualità di Giovanna era giovane, allergica ai riti vuoti e ai formalismi di facciata. Per questo si era legata alle celebrazioni e alle omelìe di don Cosimo Scordato, di cui amava il taglio fortemente personale e inclusivo. Era una fede vissuta senza ...l'ansia del cronometro, infatti era una ritardataria cronica tanto che capitava che arrivasse a messa inoltrata, finendo per dover partecipare alla celebrazione successiva. Appassionata di presepi, si divertiva come una bambina a collezionarli. Teneva il presepe allestito ben oltre il Natale. Ma soprattutto era convinta che per un cristiano la fede da sola non basti, la fede esige le opere per essere viva. Per questo si era spesa con dedizione nella Comunità di Sant'Egidio, partecipando di persona a tante iniziative di carità".

Da sinistra Antonietta Varvaro, Irene Di Gesù e Giovanna Somma

L'IMPORTANZA DEI CAMPI SCUOLA E L'EMPATIA


Don Francesco Machì da ragazzo negli Anni Ottanta ha partecipato ad alcuni dei campi scuola di don Pino e lo conosceva bene. Dietro le riunioni c'era tutto un lavoro preparatorio che don Puglisi avviava, attingendo tra l'altro anche alle moderne tecniche della terapia di gruppo e della logoterapia. "Deve essere chiaro però – aggiunge don Machì - che sia don Puglisi che Giovanna avevano una cultura profonda in campo pedagogico ma usavano queste conoscenze per affinare il loro carisma e la capacità di ascolto dei giovani, non erano di certo tipi che facevano vanterie o sbandieravano il numero dei libri che avevano letto".

Un altro aspetto che li accomunava, infatti, è che non erano malati di protagonismo e non cercavano palcoscenici. Preferivano lavorare dietro le quinte ma scavando in profondità negli animi dei ragazzi. Entrambi si sarebbero scherniti della popolarità post mortem. Eppure, in una città come Palermo, bella e terribile, sempre in bilico su un burrone e con la necessità di modelli forti, oggi sono due figure importanti – maestro e allieva - come riferimento nel mondo dell'insegnamento e non solo.

Marianna Di Mino ricorda come don Pino passò dalla sua classe per invitare i ragazzi a partecipare a uno dei campi scuola estivi a Romitello: "Mi rimasero indelebili il tono della sua voce, mite e autorevole, il suo sguardo buono e amorevole su ciascuno di noi, il suo sorriso rassicurante che sembrava e sembrò sempre una assoluzione verso tutte le nostre piccolezze". Marianna aggiunge: "Ci dava spunti e ci lasciava esprimere pensieri che ignoravamo di avere. Ci ascoltava con rispetto, ci accoglieva. Con lui non ci si sentiva mai sbagliate e sempre al sicuro".

Il padre di Marianna, Armando Di Mino, era amico di don Puglisi e delegato diocesano dell'Azione Cattolica. Insieme con la moglie Anna Purpura fu invitato a una toccante testimonianza durante un campo. Di Mino si era ammalato di sclerosi multipla ad appena 28 anni. Ricorda la signora Anna: "Lui ed io avevamo reso la malattia una marcia in piu', senza disperazione, ma avvicinandoci agli altri. Don Pino volle che raccontassimo la nostra esperienza di coppia a quei ragazzi". Marianna, per delicatezza, fu comunque assegnata da Puglisi a un altro gruppo di lavoro per i giovani.

Tra gli autori che hanno influenzato lo stile pedagogico di don Puglisi c'era l'americano Carl Rogers, il teorico dell'Approccio centrato sulla persona e dell'empatìa, cioè la capacità che deve avere il terapeuta di comprendere profondamente il mondo emotivo del paziente "dall'interno", sospendendo il giudizio. Il che implica un rispetto profondo, caldo e totale per la persona, accogliendone sentimenti e libertà senza imporre condizioni o valutazioni morali. Diceva don Puglisi: "Non si può cambiare se si viene giudicati, si può cambiare solo se si viene amati e accolti".

Don Pino non giudicava, non imponeva nulla, invitava l’altro – soprattutto se in preda a fasi depressive acute – a conoscere se stesso, a indagare le proprie opinioni sui valori, a far venire fuori le angosce, le paure, l’ansia della solitudine, i lati oscuri del carattere. E condivideva con l’amico un tratto del cammino. «Così come raccomanda Rogers - spiega l'ex preside del liceo, Antonio Raffaele (laureato in psicologia e grande amico del sacerdote) - nel rapporto di aiuto don Pino non creava verticalità. Il dialogo si manteneva paritario, evitando quello che gli inglesi chiamano “one up, one down”, uno su e uno giù. Lui non costruiva dislivelli, non guardava nessuno dall’alto in basso».

Don Puglisi in raccoglimento dopo una messa nel bosco


LE MASCHERE DI PIRANDELLO


L'altro aspetto delle teorie di Rogers che don Pino aveva sviluppato riguarda l'immagine che una persona ha di sé e che può entrare in conflitto con la propria esperienza reale. Quando c'è una forte distanza tra ciò che si è e ciò che si pensa di dover essere, nasce l'incongruenza (fonte di ansia e disagio psicologico). Qui c'è il punto di contatto con la teoria delle maschere di Luigi Pirandello, autore ben conosciuto e apprezzato da don Puglisi: in una delle sue affollate librerie a casa c'era una copia di "Uno, nessuno e centomila", un libretto in edizione economica. E' il testo dove si trova la famosa frase: "Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti".

Vediamo ora la straordinaria consonanza tra come don Puglisi utilizzava questa affermazione di Pirandello nei suoi campi scuola e quanto Giovanna Somma la tenesse presente per le sue lezioni.

"Che senso dai alla tua vita?": era il tema del campo scuola base utilizzato dal sacerdote per i giovani che iniziavano il cammino. Esiste la registrazione della relazione introduttiva di don Puglisi che spiegava ai ragazzi: "Comunicare significa voler entrare in contatto con l’essenza dell’altro, dialogare significa attingere fino in profondità. Possiamo avere diversi tipi di rapporti con l’altro. Da quello fisico della compressione in un autobus cittadino (si sentono le risate dei ragazzi in sottofondo) alla relazione sessuale. Ma così non si raggiunge la persona. Spesso infatti noi assumiamo dei ruoli, delle maschere a seconda delle varie realtà, dei vari ambienti; appunto per questo non dialoghiamo con l’essere profondo degli altri perché siamo a contatto con delle maschere, non con delle persone».

«La persona - proseguiva padre Pino - nei suoi valori esistenziali, appare raggiungibile solo se è possibile cercarla nel suo mondo interiore e incontrarla nel dialogo. Nel dialogo non c’è scambio di idee a livello teorico, ma un contatto a tutti i livelli. Attraverso questo contatto personale è possibile scambiare le categorie concrete dei valori più strettamente personali». Nel parlare di maschere che impediscono la comunicazione tra le persone è evidente il riferimento a Pirandello da parte del sacerdote.

Non sappiamo se la professoressa Somma avesse letto questa relazione di don Puglisi, il cui testo fu però trascritto e diffuso in modo capillare (insieme con altri suoi interventi) tra gli amici ed ex alunni subito dopo l'omicidio e poi è stato anche incluso in molti libri sul sacerdote-martire.

Di certo, Pirandello era un autore molto amato dalla professoressa Somma. Il primo ottobre scorso per questo ha ricevuto una targa alla memoria da parte del Centro nazionale degli Studi pirandelliani "in ricordo della passione, della dedizione e dell’impegno con cui ha accompagnato per anni le studentesse e gli studenti al Convegno pirandelliano. Siamo certi che l’impegno di Giovanna Somma lascerà in loro il desiderio di approfondire criticamente le opere e il pensiero di grandissimi autori come Pirandello". Dal 2006 infatti la docente partecipava puntualmente ogni anno con gli alunni ai convegni e allo scrittore – che pure studiò al Vittorio Emanuele II conseguendo la licenza liceale nel 1886 - aveva anche dedicato la sua tesi di laurea (su Pirandello e la musica).


La prof. Somma con una foto di Pirandello

IL VENTO CHE RUBA UN SORRISO


Ed ecco come Giovanna Somma faceva entrare Pirandello nella vita dei suoi alunni. Dopo la tragica scomparsa della docente, è stata diffusa la foto della lavagna sulla quale era riportata l'ultima frase che la professoressa aveva scritto col gesso: "Il vento soffia sul viso e ti ruba (un) (il) sorriso". Si tratta di un verso della canzone "A mano a mano" di Riccardo Cocciante poi portata a un successo ancora maggiore da Rino Gaetano. E' lo stesso verso trascritto dagli alunni in uno striscione appeso sulla facciata del liceo per i funerali, durante i quali hanno poi portato piangendo la bara sulle spalle (sono le immagini commoventi che hanno fatto il giro dell'Italia).


L'ultima frase scritta alla lavagna dalla prof. Somma (foto livesicilia.it)

Perché Giovanna Somma lo aveva scritto alla lavagna? Per rimarcare come cambiare un semplice articolo può trasformare del tutto il senso di una frase. Ma soprattuto per sottolineare che indossare una maschera, spiegava citando Pirandello, ci toglie IL sorriso, ci impedisce di essere davvero noi stessi per tutta la vita, se non riusciamo a liberarci dalle convenzioni e dalle imposizioni. Nella canzone (dove si parla di un amore che va in frantumi ma - forse - alla fine ritorna) il vento che soffia sul viso incarna le avversità e il dolore che la vita ci riserva. Occorre fare in modo, con coraggio, seguendo la propria vocazione, che il vento ci rubi UN sorriso ma non IL sorriso. Quel sorriso che la professoressa Somma aveva sul volto ogni giorno quando entrava in classe. Come don Pino Puglisi.

La prof. Giovanna Somma


L'OMAGGIO SUI SOCIAL

Impossibile riassumere la valanga di ricordi che ha invaso i social, centinaia di commenti su ogni post che riportava la notizia della tragica scomparsa in classe della docente. Ci limitiamo a brani di tre fra gli interventi più toccanti.

Il primo è di una studentessa, Francesca Ghidini, che riecheggia la stessa canzone "A mano a mano" tanto cara e fa capire come Giovanna Somma seguisse i suoi alunni ben oltre l'orario e i doveri scolastici. La giovane ricorda come per lei tutti fossero "fanciulli e fanciulle" (probabile un riferimento al "fanciullino" di Pascoli, secondo cui in ogni uomo è nascosta una parte infantile, pura e irrazionale, che continua a osservare il mondo con stupore e meraviglia, a differenza dell'età adulta diventata arida):

"Giovanna Somma ci faceva una domanda retorica, inclinava la testa di lato e ci guardava alzando le sopracciglia a mo’ di rimprovero, con una straordinaria gentilezza in cui non ci saremmo più imbattuti se non tornando a trovarla.

Giovanna Somma trovava le tracce per i temi più belle di sempre e poi ci leggeva e conosceva tutti.

Usava un sacco di emoji su Whatsapp e ci chiamava “i fanciullini”. Mi faceva gli auguri di buon onomastico con un’illustrazione stilizzata di San Francesco che abbraccia un gatto ed un cane.

Entusiasta nei giorni, sorrideva e contavi tutti e 32 i denti, rifletteva accigliata prima di parlare, spostava il ciuffo di lato con la mano per scoprirsi gli occhi e continuare a leggere. Le piaceva cantare.

A mano a mano Giovanna Somma ci ha insegnato il valore delle parole giuste, della fede nelle cose, del prendersi il proprio tempo, del tempo, della comunità, dei temi ricorrenti. Professoressa, grazie. Da oggi è indubbio, tutti ormai sanno: l’Amore è tornato".


Ed ecco un brano del post, altrettanto commovente, di un ex alunno diventato insegnante, Dario Virga, che ricorda le sue lezioni:

"Adesso che, in qualche modo, sono anch’io un insegnante, tutti questi ricordi hanno un valore doppio. La forza del suo esempio è stata tale che ogni tanto mi sorprendo a chiedere il congiuntivo futuro alle interrogazioni, a dire che, quando si scrive, non bisogna usare tre parole per dire ciò che può essere espresso con una. Ogni giorno è l’occasione per ricordare ciò che ci diceva, per mettere in pratica le idee scambiate di fronte ad una birra (mia) e un latte d’avena scremato (suo).

Ci saranno luoghi, canzoni, film, autori, libri, parole che saranno sempre legati a lei. Saprà quanto è stato difficile mettere ordine ai pensieri che si affastellavano: Horcynus Orca, Barbero, «peste, corna e vetro pestato», L’uomo senza qualità, il trekking, la social catena, «u signuruzzu tu paga di bene, di salute e di tutte cose», la madeleine, Luperini… poi, ancora e più forte, “celeste corrispondenza di amorosi sensi”. Quante volte lo avrà detto? Quante volte lo avrà letto? “Celeste corrispondenza di amorosi sensi”.

Qui, per il momento, ho trovato la mia consolazione. Ricordando ciò che è difficile da accettare ma che lei sapeva spiegare con quel timbro così rassicurante. Adesso la sua storia corre di gente in gente. Nella nostra città, adesso, tutti sanno chi era, lei che così efficacemente aveva difeso il suo riserbo. Ma forse in fondo è questo il lido finale di chi è così straordinaria.

Lei è il mio modello più alto, il mio riferimento più solido, nelle umane cose e nelle umane lettere. Farò tutto ciò che posso per sentire la “celeste corrispondenza di amorosi sensi”. Ho perso una guida, ma non perderò mai il suo ricordo. Lei ha innalzato un monumento più duraturo del bronzo. Lei era la mia professoressa e, in fondo, ho sempre scritto per lei. Continuerò a farlo, mia amata professoressa Somma, lo giuro. Con smisurato affetto, un suo fanciullo".

Infine ecco l'attrice, autrice e amica Sofia Muscato che scrive al ritorno dai funerali:

"Sai, Giovanna, oggi ho toccato con mano che cosa significhi essere un insegnante.

L'ho visto nella fratellanza tra i tuoi colleghi, nei loro occhi lucidi, nella loro commozione sincera.

L'ho visto nella dignità con cui i tuoi alunni hanno fatto uscire la fragilità e il dolore.

Nel loro candore che non cede il passo alla morte.

Erano lì, spaventati, increduli, sofferenti, eppure, con la fragile innocenza di chi sta diventando grande, hanno speso le parole di Seneca, San Francesco e Sant'Agostino, per difendere l'amore, la vita e il vostro tempo insieme.

Potevano abbandonarsi allo sconforto e, invece, hanno scelto di celebrare la speranza, la gioia, la gratitudine.

Ho ammirato tutta questa figliolanza di cui eri circondata e, grazie a te,  ho avuto conferma che la qualità più alta di un docente stia nella capacità di prendersi cura dei giovani che incontra.

La cura nelle parole da usare e in quelle da non dire.

La cura nell'osservare espressioni e stati d'animo.

La cura nel dare a un ragazzo strumenti per andare verso se stesso.

L'attenzione alle anime che tocchiamo e lo sguardo sempre rivolto allo spirito di chi ci è accanto, sono il verso migliore di una qualunque poesia.

Ma tu sei stata abile anche nell'usare i classici come luce per l'avvenire e bussola tra le macerie.

E tutto questo non è un mestiere: è una vocazione.

Quando i tuoi alunni ti hanno sollevato sulle spalle per accompagnare il tuo ultimo ingresso a scuola, ho capito che il tuo cuore si era appena moltiplicato in dieci, cento, mille, volti.

Anche se non te ne sei accorta, gli hai lasciato strumenti per volare su questo precipizio.

E lo faranno.

Per te, per la forza delle idee e per l'amore che cambia forma e non si perde mai.

Ciao fanciulla. 

Ci sentiamo nel vento.

Strappami un sorriso, ci conto".


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La professoressa Giovanna Somma (29 ottobre 1966-15 aprile 2026) è sepolta al cimitero di Sant'Orsola – Sacrario di San Giuseppe, al n° 110.

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MATERIALI PER APPROFONDIRE


Sulla tragica scomparsa di Giovanna Somma ci sono su internet molti servizi. Il più lungo e completo si trova a questo link di TeleOne e riporta anche alcuni brani degli interventi dei ragazzi ai funerali.

https://www.facebook.com/watch/?v=1883167019051618


A questo link l'omelia completa di don Francesco Machì

https://www.liceovittorioemanuelepa.edu.it/in-ricordo-della-prof-ssa-giovanna-somma/


Il liceo, guidato dalla preside Mariangela Ajello, si è subito mobilitato per gestire con delicatezza lo choc psicologico degli alunni. E per onorare la memoria di Giovanna Somma. Tra le onorificenze va ricordato un riconoscimento tributato poche settimane dopo la scomparsa, l'8 maggio, nell'ambito delle Benemerenze Rotariane per l’anno 2025-26, manifestazione promossa dal Rotary Club Palermo Montepellegrino in collaborazione con l'Ufficio Scolastico Regionale. La motivazione: "Per l’impegno costante e la grande sensibilità affettivo-didattica dimostrata negli anni d’insegnamento e per l’impegno profuso a favore della crescita delle studentesse e degli studenti”. Trovate un video a questo link:


https://www.facebook.com/reel/845322465279132


Il 20 maggio è stato dedicato alla memoria della prof. Somma (lei faceva parte della giuria negli anni passati) il concorso studentesco "Poeticamente giovani. Sul Cassaro la poesia", promosso dalla Rete Al Qsar che riunisce gli istituti che gravitano sul Cassaro. Molto toccanti e ricche di particolari le testimonianze su di lei di un gruppo di studenti riuniti sul palco del Teatro Politeama. Si possono ascoltare a questo link:

https://www.facebook.com/100063501254771/videos/pcb.1608436571283036/4500023723653822


Il 1° ottobre al Vittorio Emanuele II è stata consegnata una targa alla memoria di Giovanna Somma da parte del Centro Nazionale Studi Pirandelliani. Ecco il link al video:


https://www.facebook.com/100063501254771/videos/pcb.1731044619022230/2882349968811631


Nell'occasione è stata anche diffusa una intervista alla prof. Somma del 2 dicembre 2025 (all'ultimo convegno) in cui parla del significato della partecipazione e della sua passione per Pirandello


https://www.facebook.com/watch/?v=2269346413826457


C'è infine in rete un esempio di impegno politico che serve perfettamente a spiegare che Giovanna Somma non era solo una donna buona e sorridente ma anche una persona attiva, capace di scelte nette e concrete che incidono sulla società. Il 23 febbraio 2024 a Pisa e Firenze le forze dell'ordine caricarono un corteo di studenti delle scuole superiori in favore della Palestina (nove agenti di polizia sono stati poi indagati per le violenze). Al Vittorio Emanuele II nacque una iniziativa di solidarietà trasversale voluta dai docenti ma poi appoggiata anche dagli alunni e in altre scuole. Su internet si trova una intervista alla prof. Somma che era stata tra i sostenitori dell'iniziativa (una petizione on line che raccolse migliaia di firme in Italia), nettamente in dissenso contro l'uso dei manganelli. La potete trovare a questo link di Radio Fantastica Sesta Rete TV:


https://www.facebook.com/reel/2341786072672726


Nella petizione si legge: "Noi a scuola facciamo così: insegniamo l’educazione civica, insegniamo il rispetto delle leggi, insegniamo i valori della Costituzione Repubblicana, insegniamo il rispetto dell’altro, la libertà di espressione, il valore della parola contro l’esercizio della forza fisica”, scrivono i docenti. E ancora: “Noi a scuola insegniamo la storia della democrazia, la storia delle lotte per i diritti, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, che la legge non può prevaricare sulla dignità della persona e non può mettere in pericolo l’incolumità fisica dell’individuo. E soprattutto la lotta alla violenza in tutte le sue forme, bullismo e cyberbullismo, femminicidio, mafia, guerra"...E ieri ragazzi di Pisa e Firenze "per questo sono stati caricati, umiliati, terrorizzati, picchiati a sangue. Forse è questo che si intende per educazione ai sentimenti e all’affettività? Diteci dove abbiamo sbagliato”.

La professoressa Somma aveva anche partecipato alla manifestazione pro Palestina dell'aprile 2025 a Palermo.

Il testo completo della petizione "Noi a scuola facciamo così"

a questo link


https://www.pressenza.com/it/2024/02/noi-a-scuola-facciamo-cosi/



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"Ci riuniamo oggi per salutare Giovanna, una donna che ha speso la sua vita tra i libri e i banchi di scuola, testimoniando che la letteratura non è un esercizio sterile, ma una chiave per decifrare il mistero dell’uomo...Oggi chiediamo al Signore che Giovanna possa finalmente godere di quella luce pura che non conosce ombre né recite. Lei che amava il canto, il cinema, il teatro, possa scoprire che, oltre le “centomila” versioni di sé, c’è una verità: l’Amore di Dio che l’ha creata e che oggi la riabbraccia. Il sipario di questa vita terrena si chiude, ma per chi crede questo è solo l’inizio del vero atto, quello in cui non servono più parole scritte, perché parlerà l’Amore, faccia a faccia. E noi tutti siamo qui oggi per dire a Giovanna il nostro grazie per esserci stata nella nostra storia, fragile ma piena di cose vere, di parole non dette ma di pensieri carichi di affetto".

Don Francesco Machì, dall'omelia dei funerali

Giovanna Somma a un concerto del Coro Elaia 

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