domenica 27 agosto 2023

La devozione per Don Pino Puglisi pure alla periferia di Messina

Il giornalista Francesco Deliziosi con don Giuseppe Di Stefano


Un incontro per ricordare don Pino Puglisi a Messina nella periferia del quartiere Bordonaro (Case Gialle) dove è fortissima la devozione per il sacerdote martire. Ecco un articolo che ne fa un resoconto

Letizia Barbera 
Messina 

Quest’anno ricorre il trentennale della morte di don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, ucciso il 15 settembre 1993, vittima della ferocia della mafia. La figura del sacerdote martire, è legata a doppia mandata con Messina e la sua provincia. La madre di don Pino era originaria di Patti ed aveva vissuto a Piraino, a lui sono intitolati edifici e strade, e una fondazione antiusura. Nella chiesa Madonna delle Lacrime in via Santo Bordonaro è conservata una reliquia con una goccia di sangue del beato, molto venerata dai fedeli ed una via del rione Gescal porta il suo nome. 
Proprio nel sagrato della chiesa retta da padre Giuseppe Di Stefano, don Puglisi e il suo messaggio sono stati ricordati attraverso le parole ed i racconti di Francesco Deliziosi, caporedattore del Giornale di Sicilia, allievo di don Puglisi, che ha scritto la biografia e raccolto gli scritti del sacerdote, collaborando con il postulatore per la causa di beatificazione. Deliziosi - che gli ha dedicato due libri, “Pino Puglisi, il prete che fece tremare la mafia con un sorriso” e “Se ognuno fa qualcosa si può fare molto” -, è uno dei tanti giovani che agli inizi degli anni Novanta era a fianco del sacerdote. 




Era il suo insegnante di religione, il suo confessore ed ha anche benedetto le sue nozze. Seguirlo a Brancaccio è stato naturale: «non facevamo cose eroiche - racconta - frequentavamo le messe ma poi ci ha coinvolto nel volontariato ed abbiamo vissuto la stagione delle minacce». Il ricordo delle intimidazioni, le aggressioni fisiche subite dal sacerdote è ancora vivo.
 «All’epoca già lavoravo al Giornale di Sicilia. Quando fu ucciso era il giorno del suo compleanno, ricordo che gli avevamo regalato una segreteria telefonica, allora era un oggetto di lusso, volevamo evitargli le telefonate notturne con minacce di morte, ma lui non è scappato, è andato incontro coscientemente al sacrificio della vita. Tutti ci siamo chiesti perché. Sono passati 30 anni e tutto quello che è successo dopo, soprattutto la diversa valutazione della chiesa del fenomeno mafioso, è anche frutto del sangue di Puglisi».
Porta tre esempi che furono altrettante battaglie di Puglisi: la deviazione delle processioni, lo stop a madrine e padrini dei battesimi e delle cresime e le confraternite. Il messaggio di don Puglisi è presente nelle periferie anche quando Stato e società civile latitano: «di queste persone – dice Deliziosi – importa ai sacerdoti come don Giuseppe di Stefano, che è qui ispirato dalla figura di don Puglisi andato a Brancaccio dopo che sei sacerdoti palermitani avevano rifiutato di andarci. Mi ha raccontato che prima di lui numerosi sacerdoti avevano rifiutato di venire qui». 
C’è poi il rapporto con i giovani, Deliziosi definisce padre Puglisi «un Don Bosco dei nostri giorni». «Oggi – spiega –, i giovani non sono soltanto quelli del branco di Palermo e della violenza sulla povera ragazza ma sono anche i tanti giovani che vanno a Lisbona a seguire il Papa. Don Pino è stato un punto di riferimento per i giovani perché dava valori, dietro lo stupro di Palermo c’è la totale assenza di valori». 
Don Pino ha avuto giustizia? «I processi penali si sono conclusi con condanne definitive, rimane un quadro storico che va chiarito ancora meglio». Secondo Deliziosi c’è un filo rosso che lega alcuni fatti del 1993: l’anatema del papa nella Valle dei templi contro i mafiosi, le bombe davanti alle chiese di Roma e l’omicidio di Don Puglisi: «don Pino viene ucciso per la sua attività a Brancaccio ma secondo me è molto forte la volontà della mafia di vendicarsi di Papa Wojtyła, succede tutto in pochi mesi e questo, credo, che l’abbiamo capito tutti». (Gazzetta del Sud 27 agosto 2023)



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