giovedì 6 aprile 2023

Lorefice: don Pino ci dona le sue 3P: preghiera, poveri, presbiterio


In Cattedrale giovedì 6 aprile l'omelia della messa crismale è stata dedicata in gran parte dall'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, alla figura di don Pino Puglisi di cui quest'anno ricorre il trentennale dell'omicidio da parte della mafia. Il suo esempio è un dono e un monito per ciascun sacerdote, ha detto Lorefice di fronte a tutto il clero palermitano. Numerose le citazioni dirette dagli scritti di don Pino, raccolti in volume dal giornalista Francesco Deliziosi, allievo e amico del sacerdote ("Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto", pubblicato da Bur-Rizzoli con prefazione dello stesso arcivescovo - i diritti d'autore vanno in beneficenza).  

Per ricordare il sacrificio di don Pino la Chiesa di Palermo ha pronto un articolato calendario di eventi. Sta coordinando le varie iniziative (alcune già realizzate nelle scorse settimane) il Centro diocesano intitolato a don Pino Puglisi e diretto da Anna Maria Abramonte, nominata da Lorefice.

Pubblichiamo l'omelia integrale di don Corrado.

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Care Sorelle, Cari Fratelli di questa nostra amata Chiesa Palermitana,

Carissimi Fratelli nel Presbiterato,

vi saluto con grande affetto, in questa occasione annuale di fraternità condivisa che rivela in tutta la sua bellezza il volto sinodale ed eucaristico della Chiesa. Siamo qui, insieme, per ubbidire al comando del Signore: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24). Siamo qui, dunque, per rifare insieme quello che Gesù stesso ci ha chiesto di fare – spezzare il pane, versare il vino –, perché il Padre affretti la sua venuta nella gloria. È un momento di grande intimità, di scambio cuore a cuore, di comunione e di estroversione missionaria. Uno spazio di tempo in cui facciamo memoria del senso del nostro stare assieme, in quanto consacrati dall’Olio che ci unge, ci avvolge, ci segna e ci invia. Per questo, nella celebrazione della Messa Crismale, la Chiesa si riconosce in maniera particolare, perché qui impariamo ogni volta, ogni anno, che ‘siamo’ in quanto ‘siamo con-vocati e mandati’.

La Chiesa non è un’istituzione mondana tesa a perpetuarsi indipendentemente dalle vicende della storia. Non è e non può essere un centro di potere. Non è un insieme di strutture e di servizi. Non è un’impresa in cui fare carriera, in cui conquistarsi una visibilità o un rilievo sociale. La Chiesa è segno di un Altro che la oltrepassa e verso il quale essa tende, come si tende alla consumazione di sé stessi, come ci si protende verso qualcosa che ci supera, come si può essere felici di generare e di far crescere quel che non ci appartiene (I genitori presenti, le mamme di famiglia, i Preti, i Diaconi, i Consacrati e le Consacrate, coloro che hanno compiti di cura e di accompagnamento, lo sanno). Per questo [la Chiesa] è un popolo di ‘segnati’, posto nel mondo solamente per andare ad annunciare ai poveri la Bella Notizia del Regno di Dio (cfr Is 61,1; Lc 4,18). La Chiesa insomma è una ‘società mossa e spossessata’ alle radici, perché non può stare, non può consistere, deve continuamente uscire da sé.

È una missione ardua e necessaria questa che ci viene affidata dal Signore, per la quale siamo ‘segnati’. Ricordiamoci oggi perciò delle sue parole: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Siamo collocati dentro il mistero della sua Presenza e del suo passare dalla morte alla vita. Pasqua perché passò. Pasqua perché patì. Eccoci dentro il suo amore, ovvero il suo consegnarsi alla morte e ricevere la vita: “Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (fino al compimento)” (Gv 13,1).

Se siamo qui raccolti e lo sentiamo presente è proprio perché la sua linfa vitale, il suo Alito di vita, scorre dentro le nostre esistenze. La nostra esistenza di uomini e di donne, di cristiani. La nostra esistenza di servitori della Chiesa, carissimi Confratelli nel servizio presbiterale. Chiesa Corpo e Sposa del Suo Capo e Sposo che è Cristo. È un momento toccante: sentiamo il brivido del suo amore che attraversa i secoli e penetra i nostri cuori; di “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,5-6).

Sentire la sua Presenza tra noi conferma e trasforma anche il sentirci tra noi sorelle e fratelli nella Chiesa di Dio che è in Palermo, il nostro sentirci fratelli nel presbiterato. Penso con particolare affetto e con speciale vicinanza ai fratelli Presbiteri ammalati e sofferenti, che non han potuto essere qui stamattina. Sentiamo presenti, accanto a noi, tutti i Presbiteri che ci hanno preceduto nel Regno dei Cieli e, in modo ancor più affettuoso, quanti abbiamo conosciuto e incontrato sulla nostra strada.

E poi, in una maniera tutta speciale, come non ricordare oggi il nostro caro fratello delle tre P? Come non ricordare Padre Pino Puglisi? Trent’anni fa, il 15 settembre del 1993, a cinquantasei anni, il suo martirio portò a compimento l’unzione che il 2 luglio del 1960 l’aveva reso presbitero della Chiesa di Palermo. È bello ricordare che per ben trentadue volte egli visse e celebrò il Giovedì Santo con la sua fraternità presbiterale e il popolo di Dio riunito nella sua variegata ministerialità e ricchezza di carismi in questa chiesa Cattedrale, e che da trent’anni è presente nella luce del Risorto. Lo so: lo sentiamo particolarmente vicino con infinita gratitudine (a lui e al Signore) per il dono che è stato ed è per la nostra Chiesa e per le chiese diffuse nel mondo.

Don Pino diceva: «Nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà» (Il Signore sa aspettare, in F. Deliziosi, Se ognuno fa qualcosa, 532).



Impariamo oggi, da questo suo atteggiamento, la pazienza di Dio verso ognuno di noi, la pazienza che deve appartenere in maniera speciale ai Presbiteri. Impariamo da don Pino, miei cari fratelli Presbiteri, la speranza indomita che i cuori degli uomini non sono chiusi per sempre. Per questo dobbiamo pregare e operare, con dolcezza, con rispetto, da padri e da umili fratelli maggiori, affinché “venga il tempo e la porta si apra”. Non forzare i cuori, lasciare il tempo a ognuno, in un’epoca che non ha mai tempo da perdere, non ha mai tempo per nulla, che pensa il tempo in termini economici (“il tempo è denaro”): in quest’epoca don Pino a noi Presbiteri ricorda di aver cura degli altri, delle nostre comunità, di prendere parte alla storia del mondo come discepoli del ‘tempo lungo’ e del ‘cuore grande’ di Dio.

Sorelle e Fratelli, è questa la nostra storia, ed è entusiasmante: siamo stati consacrati nel Battesimo affinché l’essere amati da Dio, l’amore del Padre, divenuto Corpo nel Cristo, Corpo di Cristo, nella potenza dello Spirito, si imprimesse e plasmasse i nostri corpi. Con la Cresima i nostri corpi sono stati confermati nello Spirito come capaci di amare (‘amati per amare’): “Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore” (Is 61,9). E dallo stesso Spirito, carissimi fratelli del Presbiterio di Palermo, noi siamo stati consacrati per servire il Corpo di Cristo che è l’Eucaristia, il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Siamo Presbiteri perché i nostri corpi amati, resi capaci di amare, si consegnino nell’amore concreto ai nostri fratelli e alle nostre sorelle: “mi ha consacrato con l’unzione; e mi ha mandato ad annunciare l’anno di grazia del Signore” (cfr Is 61,1-2).

Dobbiamo consegnarci, come Gesù, al mondo, agli uomini e alle donne con cui condividiamo le nostre esistenze, per contribuire a scrivere una storia diversa. Ricordiamoci anche qui di Don Pino. Inviato a Brancaccio, egli consegnò il suo corpo per trasformare i corpi segnati dalla schiavitù e dalla morte in Corpo di Cristo. Don Puglisi diceva: “Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi” (Si può cambiare solo se amati, in F. Deliziosi, Se ognuno fa qualcosa, 536).



Guardando al nostro don Pino, mi sovviene un commento del Cardinale C.M. Martini: “Gesù nella passione compie la giustizia del Regno, vive le beatitudini fino alla misericordia e al perdono dei nemici. Nella passione egli è la lucerna sul candelabro, che irradia la bontà di Dio sugli uomini, manifesta l’amore del Padre che non fa distinzione tra buoni e cattivi. Gesù è quindi presente in ogni parola del discorso della Montagna, che si verifica in pienezza nella sua passione. […] La passione e un’occasione per rileggere tutte le parole di Gesù e vederle realizzate nella sua persona oltraggiata e crocifissa: lui è il Regno, la giustizia del Regno, colui che vince il male con il bene. Ciò che vive è la sintesi singolare di tutta la storia dell’umanità: il male dei singoli, il male collettivo, il male globale, si addensano su Gesù, scoppiano al massimo nella loro opposizione al Figlio di Dio il quale, con la sua mitezza, il suo perdono e l’offerta della vita, li vince” (I Vangeli, 462).

A noi è affidata la parola dell’Amore: “Canterò per sempre l’amore del Signore” (Sal 88). È l’amore che cambia la vita. E l’amore di Dio ci raggiunge solo tramite qualcuno che ci ama. Solo quando sperimentiamo da parte dell’altro l’accoglienza e non il giudizio, la benevolenza e non il distacco, la fiducia e non la condanna. “Dio ci ama sempre tramite qualcuno” (L’Amore di Dio, in F. Deliziosi, Se ognuno fa qualcosa, 537), diceva Don Pino

L'arcivescovo Corrado Lorefice col giornalista Francesco Deliziosi


Lui ci ha insegnato a trasformare in Corpo di Cristo gli ‘inferi’ a cui siamo stati consegnati. “Discese agli inferi”, ci fa proclamare il Simbolo degli Apostoli (cfr 1Pt 3,19): questo il compito del sacerdozio di Cristo di cui partecipiamo. Scendere agli inferi per fare degli inferi il Corpo di Cristo.

Sorelle e Fratelli carissimi, alla luce della bella testimonianza di Padre Pino possiamo dire stamattina che a ogni Vescovo, a ogni prete, sono consegnate tre P.

La prima è la preghiera, e in primis la preghiera eucaristica che rende presente l’amore di Cristo per la Sua Sposa, che ci nutre per questa vita e per i Cieli nuovi e la Terra nuova.

La seconda è la ‘P’ di poveri, quella degli ultimi, di coloro a cui dobbiamo lavare i piedi, anche se si sono sporcati sulle strade del peccato, della miseria, della disperazione (e a questa ‘P’ daremo visibilità sacramentale stasera durante la lavanda: siamo stati consacrati perché il profumo di Cristo profumi anche i piedi resi nauseanti dall’aver battuto le vie della violenza e della morte). Cari Presbiteri, non dobbiamo mai dimenticare di essere stati prima ordinati diaconi. E vi rimaniamo per sempre. Ce lo ricordino sempre i cari diaconi della nostra Chiesa.

La terza poi è la ‘P’ di Presbiterio, la fraternità presbiterale a cui apparteniamo e di cui il Vescovo anzitutto, ma anche ognuno di noi, è chiamato a prendersi cura con responsabile premura. Perché questa fraternità sia sempre viva, a servizio del Corpo di Cristo che è la Chiesa, a servizio del mondo, sempre in attesa della Parola che salva. Dentro la passione per Cristo e per la Chiesa, dentro la passione per i peccatori e i sofferenti troveremo la beatitudine che – come affermava con determinazione Padre Pino – è felicità sin da adesso, non rimandata alla vita futura.

Mettiamoci stamattina davanti a Gesù, il Servo-Unto-Inviato annunziato da Isaia, e di tutti coloro che come Padre Pino sono stati fino in fondo alla sua sequela. “Il testimone fedele” (Ap 1,5), continua a dirci: “Vi ho amati fino alla fine (Cfr Gv 13,1). Mi sono svuotato di me e ho consegnato a voi tutto l’amore nel quale il Padre mi ha generato, perché voi possiate svuotare i vostri cuori e ritrovarvi totalmente nel sorriso del mio servo Pino, sorriso di chi accetta liberamente e per amore la morte. Ecco, siamo stati unti con l’Olio che rende capaci di entrare negli inferi a testa alta e con il sorriso sulle labbra. Come il sorriso sommesso e splendente di Fratel Biagio che oggi partecipa dal cielo, “il sorriso – come affermavo per le sue Esequie –  di chi comprende la fatica del mondo, di chi è pronto a dedicare la sua cura benevola ad ogni creatura e però su tutte predilige quelle che gli altri dimenticano, quelle che la storia calpesta: i più poveri, i più fragili, quelli che si sono smarriti e […] sono alla ricerca di una ‘via altra’” (Omelia per le Esequie, 17 gennaio 2023).

E ora ti preghiamo, o Padre:

Tu, quando hai consacrato con l’unzione dello Spirito il nostro fratello presbitero Pino, gli hai dato la forza evangelica di schierarsi con gli ultimi e di porre al centro della sua esistenza la tua Parola, l’Eucaristia, la Comunione con la Chiesa. Il Crisma che ci ha unti di Spirito Santo e ci ha assimilati a Cristo, sul suo esempio e per sua intercessione, dia a me Vescovo, ai miei fratelli Presbiteri e Diaconi, ai Consacrati e alle Consacrate, a tutti i Cresimati e Battezzati, a ogni Uomo e a agni Donna  la certezza incrollabile di essere amati da Te; la fiducia di essere perdonati dal Tuo Figlio, anche quando fossimo travolti dal peccato; la speranza certa di essere consolati dal Tuo Spirito nei momenti in cui avvertiamo debolezza e fragilità, dolore e smarrimento. Perché il profumo dell’Olio che ci ha unti pervada il mondo e lo liberi dal fumo soffocante delle guerre e delle ingiustizie.

Maria che ci dona il Tuo Figlio – nella culla di Betlem e tra le sue braccia sotto la Croce – dia a tutti noi, a me, a voi fratelli nel presbiterato, a tutti voi rinati dall’acqua e dallo Spirito di essere appassionati di Lui, per poterlo donare ai fratelli e alle sorelle che incontriamo lungo le nostre strade. Amen.




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