martedì 11 ottobre 2022

Diana e Puglisi: due sacerdoti modelli di fede e legalità





 Raccontare il riscatto dalle mafie, il percorso culturale e di educazione, attraverso due figure esemplari, quella del beato don Pino Puglisi e quella di don Peppe Diana, uccisi entrambi dalla criminalità organizzata. 

È stato il tema scelto per il corso di formazione, che si è tenuto sabato 8 ottobre presso la sede dell’Ordine dei giornalisti a Palermo, dall’Ucsi Sicilia e condiviso dall’OdG Sicilia e dall’ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Palermo.

Un momento del corso dell'Ordine dei Giornalisti. Da sinistra Salvo Di Salvo, Salvo Li Castri, Roberto Gueli, mons. Corrado Lorefice, Luigi Ferraiuolo, Francesco Deliziosi, Sandra Pizzurro, Tiziana Martorana 


 Un tema e un incontro che hanno simbolicamente aperto le celebrazioni per il trentennale del beato Pino Puglisi e che hanno messo in relazione due figure di sacerdoti, don Pino Puglisi e don Peppe Diana, accomunati da una vita trascorsa in piena adesione al Vangelo contribuendo allo sviluppo di una cultura di emancipazione dalle mafie. L’incontro, moderato dalla vice presidente dell’Ucsi di Palermo Sandra Pizzurro, ha visto la partecipazione di tantissimi giornalisti. Poco prima di iniziare l’incontro il presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia Roberto Gueli accompagnato dal vice presidente Salvatore Li Castri, dal  segretario Daniele Ditta, dal Tesoriere Salvatore Di Salvo e dalla consigliera Tiziana Martorana hanno accolto, all’ingresso della sede dell’Ordine in via Bernini, 

L’arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice che era accompagnato dal direttore dell’ufficio comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Palermo Luigi Perollo, dal Consulente ecclesiastico Pino Grasso. L’arcivescovo prima di partecipare al corso si è intrattenuto brevemente con il presidente Gueli e il consiglio. Poi l’inizio del corso di formazione per giornalisti. 

“È  un momento di confronto e di ricordo costruttivo”, ha sottolineato aprendo i lavori il presidente dell’OdG Roberto Gueli presente assieme al vicepresidente Salvatore Li Castri. “Dobbiamo prendere spunto, noi giornalisti, da queste due figure di sacerdoti - ha detto il segretario nazionale Ucsi e tesoriere dell’Odg Sicilia Salvatore Di Salvo - riscoprendo la nostra missione: ascoltare la gente, consumando le suole delle scarpe e raccontando la verità”. Un ricordo che diventa anche monito al rischio della retorica: “Un rischio - ha detto il presidente dell’Ucsi Palermo Michelangelo Nasca - che diventa concreto nel momento in cui l’immondizia dell’illegalità e della non testimonianza evangelica non vengono rimossi dai nostri palazzi civili e religiosi”. È stato un momento anche di sinergia, “che dà concretezza - ha sottolineato il direttore dell’ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Palermo Luigi Perollo - a lavorare insieme per offrire temi di riflessione e confronto”. 

Preziosa e incoraggiante la presenza dell’arcivescovo della diocesi di Palermo mons. Corrado Lorefice al quale l’OdG ha anche fatto dono di una targa per la sua presenza tra le strade di Palermo, voce di prossimità e speranza. “Voi giornalisti siete come i preti, oggi più che mai. - ha esordito - Si sceglie di fare il giornalista per amore, per vocazione, per amore del popolo. Ed avete una grande responsabilità verso il popolo”. Poi la lettura di un passo della lettera più nota di don Peppe Diana, “Per amore del mio popolo”, alla forania nella quale chiedeva un impegno civico contro la camorra e che fa da apripista nel dibattito al confronto tra i due martiri della giustizia e martiri della fede: “non vi è alcuna differenza tra i due termini - ha sottolineato l’arcivescovo - un martire di giustizia e un martire della fede sono la stessa cosa perché la fede non è altra cosa rispetto alla vita, la fede può essere solo una fede operante perché la fede, soprattutto cristiana, è una visione della storia riscatta dal male”. 

Analogie e differenze tra i due sacerdoti le cui vite sono state un percorso di educazione, sono state l’esempio di una Chiesa presente e impegnata in prima linea, viva e attiva ad aiutare i più deboli e le vittime più giovani delle mafie e della mafiosità, che sono state messe in luce attraverso i racconti/testimonianze dei due relatori coinvolti: Francesco Deliziosi, caporedattore del Giornale di Sicilia e autore dei libri "Se ognuno fa qualcosa si può fare molto. Le parole del prete che fece paura alla mafia" - "Pino Puglisi, il prete che fece tremare la mafia con un sorriso" (entrambi pubblicati da Rizzoli), e Luigi Ferraiuolo, giornalista di Tv2000 e autore del libro "Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra" (San Paolo). 

Don Pino Puglisi “si portava i giovani con lui e predicava tutto il giorno”: così lo descriveva il boss Leoluca Bagarella. “Una descrizione che sintetizza perfettamente chi era, cosa faceva e perché dava fastidio 3P”, ha commentato Deliziosi nel suo lungo e affascinante ricordo del suo insegnante di scuola e di vita. “Il giornalismo ha avuto un ruolo nei suoi fondamentali, sia nella sera del delitto e nei giorni  successivi, sia nella fase finale durante la causa di beatificazione. - ha aggiunto Deliziosi - Sapere ricercare le notizia, verificare le fonti, contrastare le fake news, sapere effettuare ricerche negli atti giudiziari, tutto questo ha costituito un elemento prezioso per indirizzare le indagini prima e avvalorare la tesi del martirio poi”. La mafia ha cercato di infangare la memoria di don Puglisi, mettendo in giro ad arte varie voci e depistaggi, ma senza riuscirci. Merito di una magistratura attenta e anche dei giornalisti che non abboccarono alle "imbeccate" come quella della pista passionale o della (falsa) ipotesi secondo cui il parroco sarebbe stato ucciso per rapina o punito per aver fatto infiltrare al Centro Padre Nostro investigatori a caccia di latitanti.  

Don Pino Puglisi quando viene assassinato ha 56 anni, don Peppe Diana 36. Vent’anni di differenza fanno si che i due sacerdoti abbiano risposte differenti agli stessi problemi portati dal mondo criminale: “non sono due eroi, questo li accomuna, - conclude Ferraiuolo - sono “semplicemente” alla sequela di Cristo. L’uno, don Pino Puglisi, non rilasciava interviste, l’altro, don Peppe Diana, amava scrivere, catalizzava gli altri sacerdoti. Approcci diversi, ma identico risultato: offrire l’alternativa all’illegalità, educare alla libertà. Noi giornalisti oggi abbiamo bisogno di conoscere e approfondire, vedere con mano e toccare con gli occhi, i luoghi che hanno abitato”. Ferraiuolo ha anche ricostruito alcuni episodi di violenza e l'agguato di cui fu vittima don Diana. Vittima due volte perché fu anche infangato da un quotidiano locale - poi chiuso - che rilanciò voci infamanti su di lui (la solita pista passionale). Anche in questo caso è emersa la responsabilità che deve invece animare chi decide di intraprendere la via del giornalismo. Lo ha ricordato anche Deliziosi, rammentando le parole con cui don Puglisi accolse il suo desiderio di fare il giornalista: "Pensa sempre che non è un mestiere come un altro".


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