lunedì 10 novembre 2014

CIO' CHE INFERNO NON E': PADRE PUGLISI RITRATTO DA D'AVENIA/ UN LIBRO STRAORDINARIO CON QUALCHE MA...


Lo scrittore Alessandro D'Avenia. Palermitano, 37 anni, vive e insegna a Milano

di Francesco Deliziosi

E' molto contagioso, anche se è morto da più di 21 anni. No, non parliamo di un virus terribile ma di padre Pino Puglisi, parroco ucciso dalla mafia e martire dei nostri tempi. L'ultima vittima dell'epidemia si chiama Alessandro D'Avenia, scrittore di best seller da un milione di copie e tradotti all'estero, palermitano trapiantato a Milano (dove insegna). Colpito, con ogni probabilità, da ragazzo nei corridoi del liceo classico Vittorio Emanuele II dove il mite sacerdote, senza darlo a vedere, contagiava centinaia e centinaia di studenti. Con la forza dell'amore e del suo sorriso. 


Diagnosi: per capire la potenza del contagio basta leggere l'ultimo romanzo di D'Avenia, "Ciò che inferno non è" appena uscito da Mondadori che ha pubblicato anche i precedenti e fortunatissimi "Bianca come il latte, rossa come il sangue" e "Cose che nessuno sa". Anzi, a ben guardare, tracce del contagio ci sono anche in questi due romanzi di formazione, centrati sui problemi dell'adolescenza, la delicata parte della nostra esistenza in cui si fanno le scelte fondamentali. 
Il simbolo della mostra vocazionale da cui negli anni Ottanta padre Puglisi prese lo slogan del suo insegnamento

E l'insegnamento di padre Puglisi era tutto qui: "Sì, ma verso dove?" diceva ai suoi ragazzi. Verso dove volete che vada la vostra vita? Il taglio esistenziale della proposta educativa e la passione per un insegnamento che non sia solo nozionismo sono due tratti in comune ben visibili. 
La spiegazione del titolo dell'ultimo romanzo dice tutto: "Togli amore e avrai l'inferno. Aggiungi l'amore e troverai ciò che inferno non è". Dove regna il Male, devi lanciare un seme del Bene, non abbandonare mai il campo.
Sintomi: D'Avenia spiega che aveva già progetti per numerosi altri libri ma all'improvviso ha sentito una spinta e ha dovuto metterli da parte per dedicarsi alla vita e al martirio di don Pino. Scavare e documentarsi per tre anni, interrogarsi su un ardito costrutto narrativo. E mettere insieme, - idea forse temeraria - persone reali (padre Puglisi, i volontari dell'Intercondominio di Brancaccio, il preside del liceo) e fatti veramente accaduti con personaggi ed episodi inventati (omicidi, suicidi, stupri e pestaggi) . Non cercate quindi una biografia, si tratta di un romanzo storico (quasi un "romanzo criminale") in cui il vero si affianca al verosimile. Virgolettati autentici del sacerdote si alternano a dialoghi frutto dell'ispirazione poetica di D'Avenia. Troverete citazioni reali (il "Padre Nostro" del picciotto mafioso) ma anche frasi e brani letterari che vengono attribuiti a don Pino in modo arbitrario (per esempio quando si fa passare per sua la frase sull'inferno che dà il titolo al romanzo, tratta invece da "Le città invisibili" di Calvino). 
D'altronde, in quella Gomorra siciliana che era la Brancaccio del '92-'93 furono devastanti i delitti e gli orrori. In documenti ufficiali lo stesso padre Puglisi denunciò il degrado morale e casi di prostituzione minorile, traffici illeciti di ogni tipo negli scantinati di via Hazon. Testimonianze dirette attestano la presenza di spie in parrocchia così come il giro di scommesse sui combattimenti dei cani. E come gli animali agonizzanti venissero poi affidati ai ragazzi per le torture finali e il colpo di grazia: una sorta di scuola della violenza (la descrizione della scena atroce è una di quelle indimenticabili del romanzo). Realmente, dopo la strage Falcone, giovani in moto scorrazzavano per le strade di Brancaccio gridando "Viva la mafia!". 
Insomma, per "Ciò che inferno non è" si può dire quello che vale per il film "Alla luce del sole" di Roberto Faenza (altro illustre "contagiato" da padre Puglisi post mortem): molti episodi sono frutto di fantasia ma giustificati dalla tensione drammaturgica e inseriti in un contesto plausibile (Se volete approfondire sul film ecco l'articolo che fa per voi).
Chi scrive ha conosciuto padre Puglisi per 15 anni e ha passato i successivi ventuno a raccogliere documenti e testimonianze su di lui. Dopo la lettura posso dire in tutta coscienza che nell'insieme del romanzo - a parte qualche sbavatura e imprecisione - non ci sono forzature sostanziali su padre Puglisi e sul Calvario della sua missione nei tre anni di Brancaccio. Ed è da apprezzare, soprattutto, come realisticamente il sacerdote venga tratteggiato senza bigottismi. Ai suoi giovani non parla di Dio ma ascolta i loro problemi con le sue grandi orecchie. Rispetta la libertà di tutti e lascia ad ognuno la scelta. 3P - come amava farsi chiamare - non cerca di imporre la religione con la spada come un crociato ma propone amore con una carezza come un profeta. E dimostra la fede con i fatti piuttosto che sbandierarla a parole, consumando più che l'incenso sull'altare la suola delle scarpe nei vicoli e nei tuguri. Tutto ciò nell'ambito di una vita poverissima, senza conto in banca, con un'auto-rottame e la casa popolare in affitto. 
La trama. Federico, ragazzo di buona famiglia che abita nei quartieri alti di Palermo, riceve dal suo professore di religione la proposta di andarlo a trovare a Brancaccio. Una scommessa che lo strega e per la quale rinuncia a una vacanza estiva a Oxford. Da quelle prime visite nel quartiere infernale tornerà con un labbro spaccato e senza la bici che gli hanno rubato. Ma troverà anche Lucia, ragazza di borgata che investe nello studio per avere una vita diversa. Federico tenterà di conquistarla col Canzoniere di Petrarca. 
Moderni Romeo e Giulietta, per il loro amore dovranno contrastare la violenza del quartiere e l'opposizione della famiglia di lui all'esperienza per le strade di Brancaccio. Intorno a loro girano altri personaggi: bambini orfani e straziati, ragazze madri, coraggiosi volontari, killer di mafia. Ognuno con la sua pena nel cuore e per ognuno dei quali padre Puglisi ha un pensiero affettuoso, una parola di conforto. Si fa occhio per il cieco, piede per lo zoppo, dà tutto di sé per tutti, seminando "ciò che inferno non è ". Persino agli assassini che si presentano sotto casa nel giorno del suo compleanno riserverà l'ultimo sorriso e le parole "Me l'aspettavo". Un fatto sconvolgente, tanto che entrambi i killer oggi collaborano con la giustizia, dicono di aver avuto una conversione. E Salvatore Grigoli confessa che per quel sorriso "non ci ha dormito la notte". Spiega D'Avenia: "Tutto il libro punta a quella scena: non solo don Pino non viene toccato dal male, ma lo smaschera e sorride al suo assassino. E l'assassino vede in se stesso ciò che inferno non è, proprio nel momento in cui sta compiendo l'inferno". 
Padre Puglisi sorridente con i suoi ragazzi in una foto degli anni Ottanta

Proprio da quel sorriso è partito D'Avenia. Voleva capire se si trattasse solo di facile agiografia. Ha raccolto documenti, visitato Brancaccio, parlato con alcuni testimoni. Nei ringraziamenti in coda al volume mi fa l'onore di citare la mia biografia ("Pino Puglisi - il prete che fece tremare la mafia con un sorriso", Rizzoli) e dice che il "bel libro gli è stato d'ispirazione". 
La conclusione della ricerca ha aperto gli occhi di D'Avenia: "l'irresistibile Passione di padre Giuseppe" (per dirla con un verso di Mario Luzi) si squaderna in tutto il suo splendore come le storie dei martiri di un tempo, il cui sangue fu seme di nuovi cristiani. E, da cattolico maturo, D'Avenia fa la stessa scelta di padre Puglisi: non cerca di convertire il lettore, non fa proselitismi. Ascolta lui stesso, attonito, il dramma che narra. Non disegna un santino né un eroe né un prete antimafia. Ma scolpisce con sincerità e vigore un uomo vero. 
Altro lato positivo. Tornando al film "Alla luce del sole", potremmo anche dire che D'Avenia prosegue il cammino là dove Faenza (ateo dichiarato) si era fermato. Il padre Puglisi cinematografico è infatti sì un coraggioso, ma non vengono indagate le sue motivazioni, tanto che potrebbe essere un assistente sociale o un poliziotto. E il pubblico alla fine si chiede: "Ma perché fa questo, perché rischia la vita?". Qualcuno, bofonchiando, avrà pensato: "Che don Chisciotte, che fesso". 
D'Avenia ha visto il film e lo ha apprezzato ma evita il rischio. Anzi, il suo romanzo dà la risposta. Aggiunge il pezzo mancante al puzzle laico di Faenza. E mostra Puglisi come il buon pastore che protegge le sue pecore dall'attacco dei lupi, a costo di immolarsi. Il sacerdote che prega Dio per trovare la forza e che trae energia dal Vangelo e dall'amore per il prossimo. Sia egli il più debole dei poveri o il più odioso dei nemici. Puglisi sente la paura come Cristo tra gli ulivi, suda sangue ma decide di andare avanti fino alla Croce. Proprio per questo dispiace che in tutto il volume - forse per tenerlo al riparo dall'accusa di agiografia - non venga mai citata la beatificazione del sacerdote come martire della Chiesa (è la prima vittima della mafia ad avere un simile riconoscimento). 
Va detto però che il romanzo è una sfida coraggiosa: propone alle giovani generazioni non il solito libro retorico sulla mafia ma una riflessione sulla speranza e sulla carità. In definitiva sull'eterna lotta del Bene e del Male. Col Bene che pare soccombere ed è assediato a lungo nella sua metà campo, ma che nei tempi supplementari in contropiede ribalta il risultato. Mi perdonerete la sbrigativa metafora calcistica. Ma divertenti paralleli del genere non mancano nel romanzo: padre Puglisi governa partitelle e D'Avenia osserva che forse il Paradiso è un match "con un arbitro non cornuto"…. 
Nel finale Federico vive la catarsi e riscatta se stesso e la propria famiglia nello slancio verso gli altri, continuando a frequentare Brancaccio nonostante le violenze e le minacce. E' proprio la risposta di padre Puglisi al "Sì, ma verso dove?". Per dirla con le parole vere del sacerdote: "Dio ci ama. Ma sempre attraverso un altro". 
Ah, dimenticavamo!
Prognosi: D'Avenia si è talmente calato nel "caso Puglisi" che non vedo possibilità di guarigione. Neanche per me. E così per tutti gli altri contagiati. Pensate: eravamo 80 mila il 25 maggio 2013 al Foro Italico per il riconoscimento del martirio. Poi ognuno degli 80 mila è tornato a casa e avrà contagiato chissà quanti altri. Non parliamo poi di tutti i parrocchiani che ha avuto padre Pino. 
Ora arriva questo libro, venderà centinaia di migliaia di copie. Passerà di mano in mano. E, anche se nessuno capirà cosa è vero e cosa è finzione narrativa, ogni lettore sarà contagiato dall'amore di padre Puglisi e dal suo sorriso. Davvero un brutto affare per i mafiosi quel delitto di 21 anni fa. 
Il contagio del sorriso è all'opera anche nel cuore degli assassini. Perché nella sua ultima ora don Pino li ha accolti non come assassini ma come figli. E vengono i brividi, leggendo le confessioni, quando Grigoli racconta il delitto e chiama la vittima "il padre".
PS: grazie ancora ad Alessandro per la bellissima dedica che mi ha voluto donare su una copia del suo libro e per la citazione della mia biografia su padre Puglisi che figura tra i ringraziamenti alla fine del libro.




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10 commenti:

  1. Grazie per questa bellissima recensione. Leggerò il libro. Peccato non poterlo più fare in classe, proprio in quella Brancaccio così contraddittoria. Perché in 24 anni d'insegnamento al liceo Basile, in via San Ciro, di Lucie che hanno cercato riscatto nello studio anche contro le loro stesse famiglie, ve ne sono state tante, anche quando altri ragazzi, dopo la morte di Falcone, gridavano "Viva la mafia" e la scuola, con padre Puglisi, organizzò il primo corteo antimafia che mai avesse percorso le vie del quartiere.
    Lucia Comparato

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  2. Ho da poco terminato di leggere il romanzo e confermo parola per parola la bella recensione di Francesco. Aggiungo che, grazie al romanzo di D'Avenia, mi sono innamorata anche della città di Palermo, che non conoscevo nelle sue struggenti bellezze architettoniche. E' purtroppo facile- soprattutto per chi come me vive al Nord- identificare Palermo solo con il degrado e la violenza di quartieri come Brancaccio: invece l'autore prende il lettore per mano e gli fa conoscere delle autentiche meraviglie, esito di una storia che affonda le sue radici luminose anzitutto nella cultura greca...E ti fa amare questa città, nei suoi contrasti continui di luce e tenebre... Palermo, " tutto porto" che protegge, ma nello stesso tempo ti mette nel cuore l'insopprimibile desiderio di affrontare il mare aperto...
    Cristina Ghezzi

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  3. Grazie mille, Francesco
    Alessandro D'Avenia (dalla pagina FB "Ciò che inferno non è")

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  4. L'autore a volte forza la sua immaginazione allorchè costruisce dialoghi tra persone reali ( vedasi dialogo tra don Pino e il suo preside ). Comunque, il giovane ex alunno "vittorino" è bravo, brillante, ha un'ottima fluidità ideativa e costruttiva nella finzione letteraria, ha un radioso avvenire davanti.... gli si può perdonare la forzatura fantasmagorica....... Semper ad meliora, Alessandro!!!!
    Antonino Raffaele
    (amico di padre Puglisi ed ex preside del liceo classico Vittorio Emanuele II)

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  5. Grazie davvero Alessandro.Ogni volta ci si innamora dei luoghi dei tuoi libri con te e attraverso te. Mi hai fatto "surriscaldare il cuore". Erika

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  6. Grazie Alessandro che con noi tieni viva la memoria di P. Puglisi. Il tuo libro letto da tanti giovani sarà una ventata fresca di primavera, dove ognuno può decidere di stare dalla parte del Bene e della legalità. Grazie.Vorrei tanto incontrarti e farti incontrare i nostri giovani. Ne sarebbero entusiasti e felici. Ci proverò. ...Suor Carolina

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  7. Libro a dir poco fantastico!!!
    Io non ho avuto la fortuna di conoscere 3P ma dopo aver letto questo romanzo mi sembra di averlo conosciuto ma soprattutto di sentirlo tuttora come un padre pieno di un amore infinito!!!!!
    Adriana Gallè

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  8. Questo romanzo non l'ho letto ma divorato. Eccellente la descrizione di Palermo del tempo. Lo scrittore ha fatto riemergere ricordi della mia adolescenza, io, "una Lucia di borgata" che proprio in quei anni si diplomava e cresceva sperando, grazie al sacrificio di Falcone, Borsellini e Don Pino, in una Palermo migliore e libera. Come in bianca come il latte e rossa come il sangue ho inondato le pagine di lacrime. Maria M.

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  9. un bellissimo libro che mi ha toccato nel profondo.
    Maria Bilello

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  10. Lo consiglio!
    Maria Teresa Rissignolo

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