giovedì 18 settembre 2014

PADRE PUGLISI NEL FILM "ALLA LUCE DEL SOLE" DI FAENZA: REALTA' E FICTION/PARTE SECONDA

di Francesco Deliziosi


Una miscela esplosiva ha creato un bel film. Due ingredienti di qualità si sono integrati e mescolati alla perfezione. Da un lato un prete soave e cocciuto, don Pino Puglisi, capace di essere coerente col Vangelo fino all’estremo sacrificio pur di non abbandonare le sue pecorelle. Dall’altro un regista di vaglia, Roberto Faenza, reduce da tante stagioni politiche controcorrente, dichiaratamente ateo ma capace di accostarsi alla figura del parroco di Brancaccio non con la testa ma con il cuore. Non con la ragione ma con le intuizioni e i sentimenti. “Anche Puglisi – ha detto Faenza – se avesse seguito solo la ragione se la sarebbe data a gambe, anziché aspettare i suoi assassini”.



Ed è proprio sul piano delle emozioni che punta tutto “Alla luce del sole”, un film dolce e violento, un omaggio laico a un grande sacerdote, né santino né eroe, dipinto per com’era, umile e semplice, fiero delle sue origini popolane e della sua manualità da figlio di ciabattino, cresciuto in un cortile di Brancaccio.
La realtà e la fiction
Per chi, come chi scrive, ha avuto una conoscenza diretta, lunga quindici anni, di don Puglisi la domanda più frequente è: cosa c’è di vero nel film e cosa è parto della fantasia del regista? Ho avuto modo di incontrare, su sua richiesta, Faenza, all’inizio della lavorazione. E sono stato tra i primi a consigliargli il nome di Luca Zingaretti come interprete. In seguito, più volte mi sono confrontato col regista e con gli sceneggiatori che traevano ispirazione dalla mia biografia del parroco-martire (che è citata nei titoli di coda con uno ”speciale ringraziamento” nei miei riguardi).
Posso quindi dire, a ragion veduta, che molti episodi sono inventati per espressa volontà di Faenza. Ma occorre dire subito che hanno tutti una giustificazione nella architettura drammaturgica del film e nella sua poetica. Così è frutto di fantasia il suicidio di Domenico, il giovane che rifiuta di aggregarsi al commando di assassini. Altre storie di ragazzi (lo studente che scappa da Brancaccio in treno, i danneggiamenti ai ciclomotori dei volontari) sono pure soltanto dei simboli ma comunque efficaci.
Non ci sono riscontri al pestaggio in casa del sacerdote (una delle scene più toccanti), anche se è vero che una volta don Pino spuntò in chiesa con un labbro spaccato e disse, a noi parrocchiani increduli, “sono caduto dalle scale” oppure ”ho avuto un herpes”. Altri episodi di violenza e attentati (l’incendio delle porte di casa dei collaboratori dell’Intercondominio), d’altronde, non vengono descritti nel film che comunque raffigura bene il clima pesantissimo delle estati ’92 e ’93 vissuto nel tunnel di Brancaccio.
Sono purtroppo realtà i combattimenti di cani organizzati davanti ai bambini, la prostituzione minorile, i festeggiamenti per le strade dopo la strage che costò la vita a Giovanni Falcone. Non ci furono, invece, messe in piazza o messe “annullate” perché la chiesa era vuota. E l’omicidio avvenne intorno alle 20,45 e non in pieno giorno, anzi “alla luce del sole”, come rappresentato. I vicini aiutarono subito il sacerdote, chiamando l’ambulanza, e non ci furono le scene di omertà e il fuggi fuggi che si vedono nel film.
 Secondo i verbali dell’assassino, don Puglisi disse ai killer “Me l’aspettavo”, sorridendo, e non “Vi aspettavo”. A voler essere puntigliosi, per la strage Borsellino non venne usata una Seat Ibiza ma una 126. Particolari a parte, risulta invece incongruo l’arrivo a sorpresa (per Puglisi) nel quartiere delle suore e di don Gregorio: padre Pino aveva invece richiesto e ottenuto in prima persona dall’arcivescovo Pappalardo l’invio delle une e dell’altro come “rinforzi”.
La testa e il cuore
Come si vede, si tratta più di variazioni sul tema che di tradimenti della realtà. Anzi, Faenza si è documentato scrupolosamente e molti riferimenti sono reali (la scena dello scatolone in classe, il piccolo ladro di autoradio, la poesia di “Spoon River” tanto amata da padre Pino, le processioni sobrie e i canti stonati…sì Puglisi era davvero stonato così, come una campana!).
Al di là degli episodi, il regista ha saputo cogliere il carisma di educatore di don Puglisi, paragonabile – nel mondo ecclesiastico – a un don Milani o a quel grande maestro che è Don Bosco. Faenza è entrato in sintonia col metodo intelligente e non bigotto del parroco: per stabilire un contatto con i ragazzi ci gioca a pallone, dimostra di essere amico e non ”sbirro”. In un mondo di violenza offre amore, ma poi chiede verità e giustizia. Colpisce al cuore con parole semplici. Alla maniera di Gesù insegna che la verità rende liberi – liberi anche dal dominio di Cosa Nostra - e mette i figli contro i padri se questi padri sono i padrini.
E’ nato così un film “dalla parte dei bambini di Palermo” e a loro dedicato. E per questo Faenza dice che non si tratta di un film sulla mafia o di un film politico: il suo interesse è tutto centrato “su un altro linguaggio, su un’altra sintassi, quella dell’amore”. Per chi ha conosciuto padre Pino, resta la sensazione di un mancato approfondimento della sua valenza spirituale, del suo essere sacerdote, della sua fede – questo è forse l’unico vero limite del film – ma urge anche un’altra riflessione. Padre Pino fu un prete capace di camminare insieme – e di costruire - anche con chi non era credente. Appare molto significativo che, a tanti anni dalla morte, l’omaggio più poetico alla sua vita – attraverso i volti dei “suoi” bambini e la loro sofferenza - sia arrivato proprio da un regista come Faenza che si dichiara ateo.
Per questo “Alla luce del sole” è un film di cuore e non di testa che ha giovato tanto in questi anni alla conoscenza della figura di don Puglisi (e forse anche alla causa di beatificazione). Un film che dà ragione a chi, dentro la Chiesa palermitana, ha appoggiato e ha saputo consigliare il regista nella sua difficile opera.
Chi ha vinto, chi ha perso
Al momento del debutto del film nelle sale, preceduto da un enorme battage mediatico, si riaprì il dibattito, che era sopito, su Palermo e sulla mafia. Giuseppe D’Avanzo su “Repubblica” interpretò il film come un match calcistico, concludendo, pessimisticamente, che “hanno vinto i fratelli Graviano e Puglisi non è mai stato in partita”. Lo stesso Faenza rispose che una simile metafora gli sembrava inadatta e anzi dannosa: “Accreditando il potere della mafia, o peggio la sua vittoria, c’è il rischio di accettare lo status quo e di abbandonare ogni forma di lotta. Le idee e gli ideali possono essere oscurati ma non sconfitti”.
Anche qui occorre usare il cuore, non la testa: “Don Puglisi - spiega il regista - parlava il linguaggio delle emozioni, era un sognatore, un credente dalla fede più profonda, come i martiri cristiani che, pur mandati a morte, hanno vinto nel tempo”. Parole bellissime. Magari le sapessero pensare e pronunciare tanti cristiani di testa e non di cuore, perbenisti e dubbiosi. Quelli che non hanno ancora sentito nel cuore una verità, la verità: Gesù è stato ucciso, ma non è mai stato sconfitto.

7 commenti:

  1. Grande idea questo blog
    Sergio Quartana

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  2. Molti sacerdoti dovrebbero prendere esempio da Lui . Oggi non ci sono più sacerdoti dello stampo di Puglisi, di S G. BOSCO E ALTRI CHE HANNO SPESO LA LORO VITA X PORTARE LA PAROLA ANZI A METTERSI ALLA SCUOLA DI GESU
    Maria Ursi

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  3. Confido molto che il blog avrà' molto successo, perché conoscere maggiormente questo grande uomo, sacerdote e martire aiuta la crescita umana e spirituale di ognuno di noi!
    Padre Paolo Fiasconaro

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  4. Complimenti dott. Deliziosi. Ho l'opportunità di conoscere una figura che prima ignoravo in tanti piccoli e interessanti aspetti. Grazie
    Fernando Luce

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  5. Grazie per il lavoro che fai per far conoscere sempre più il messaggio di padre Puglisi, professore della mia scuola e grande uomo

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  6. grazie sempre a te per il prezioso contributo che ci dai nel tener viva la memoria dell'amico 3p.
    Padre Gaspare Di Vincenzo

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