L'inchiesta e i processi


Per l’omicidio di don Giuseppe Puglisi  sono stati istruiti a Palermo due processi già arrivati alla sentenza definitiva della Corte di Cassazione.
Come mandanti sono stati condannati all’ergastolo i boss di Brancaccio dell’epoca, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Come esecutori il carcere a vita è stato inflitto a Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, tutti detenuti. L’uomo che ha sparato a don Puglisi, Salvatore Grigoli, ha deciso di collaborare con la giustizia dopo l’arresto. Con gli sconti di pena, ha avuto una condanna a 18 anni. Nel luglio del 2004 ha ottenuto gli arresti domiciliari. Nel 2009 anche Gaspare Spatuzza ha iniziato a collaborare con i magistrati.
Il movente e l’atmosfera di quei  mesi sono stati così descritti da un altro pentito, Giovanni Drago, con il suo linguaggio crudo che riassume lo  stupore e la rabbia dei boss. “Il prete era una spina nel fianco. Predicava, predicava, prendeva ragazzini e li toglieva dalla strada. Faceva manifestazioni, diceva che si doveva distruggere la mafia. Insomma ogni giorno martellava, martellava e rompeva le scatole. Questo era sufficiente, anzi sufficientissimo per farne un obiettivo da togliere di mezzo”. Altro pentito, Totò Cancemi: “Tutti i clan della zona orientale della città rimproveravano i Graviano per le attività di padre Pino perché i picciotti seguono questo prete e non vengono a sentire i discorsi di Cosa Nostra”.
La decisione di ucciderlo fu avallata dai massimi vertici di Cosa Nostra dell'epoca. Altri collaboratori di giustizia riferiscono che Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, sollecitò i fratelli Graviano a eliminare il sacerdote perchè "predicava tutta 'arnata (la giornata)" e "si purtava i picciotti cu iddu" (portava con sé i ragazzini del quartiere). Lo stesso Riina, in una intercettazione in carcere del settembre 2013 dice che padre Puglisi "voleva comandare il quartiere. Ma tu fatti u parrinu, pensa alle messe, lasciali stare...il territorio...il campo...la Chiesa...Cose da non crederci. Tutte cose voleva fare iddu nel territorio".

Nelle motivazioni della sentenza della seconda sezione della Corte d'Assise di Palermo (presidente Vincenzo Oliveri, giudice a latere estensore Mirella Agliastro) si riassume così - tenendo conto del contributo di pm, testimoni e collaboratori - il movente del delitto e lo scenario di Brancaccio (il documento è depositato in cancelleria in data 19 giugno 1998):
"Emerge la figura di un prete che infaticabilmente operava sul territorio, fuori dall'ombra del campanile... L'opera di don Puglisi aveva finito per rappresentare una insidia e una spina nel fianco del gruppo criminale emergente che dominava il territorio, perché costituiva un elemento di sovversione nel contesto dell'ordine mafioso, conservatore, opprimente che era stato imposto nella zona, contro cui il prete mostrava di essere uno dei piu' tenaci e indomiti oppositori.
"Tutte le opere e iniziative che avevano fatto capo al sacerdote e che sono state indicate minuziosamente dai suoi collaboratori e persone a lui vicine, fanno corona alla figura di un religioso austero e rigoroso, non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, immerso nella difficile realtà di quartiere, lucido e disincantato ma non per questo amaro e disilluso, arreso o fiaccato dalle minacce, intimidazioni e aperti contrasti con gli uomini dell'establishment mafioso locale.
Don Pino Puglisi aveva scelto non solo di "ricostruire" il sentimento religioso e spirituale dei suoi fedeli, ma anche di schierarsi, concretamente,  senza veli di ambiguità e complici silenzi, dalla parte di deboli ed emarginati, di appoggiare senza riserve i progetti di riscatto provenienti da cittadini onesti, che coglievano alla radice l'ingiustizia della propria emarginazione e intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo piu' accettabile, accogliente e vivibile”.
Nelle motivazioni di un'altra sentenza, pronunciata il 13 febbraio 2001 dalla prima sezione della Corte d’appello di Palermo, presieduta da Innocenzo La Mantia (depositata in cancelleria il 12 maggio 2001) i magistrati si pronunciano a favore del riconoscimento del martirio: “Don Giuseppe Puglisi sapeva di andare incontro alla morte, ma trovò il coraggio di andare avanti nella sua missione, tra minacce e intimidazioni. Ed era disposto anche al sacrificio della vita, come se la morte non gli facesse paura, neppure quando gli attentati intimidatori si ripeterono a catena contro di lui e contro i suoi amici: porte di casa bruciate, aggressioni per strada e minacce varie. Don Puglisi stesso si trovò le ruote dell’auto tagliate e un labbro spaccato: ma lui sdrammatizzava sempre e continuava a fare il proprio dovere mettendo al primo posto evangelizzazione e promozione sociale…Il riconoscimento del martirio da parte della Chiesa, quindi, non potrebbe essere altro che un suggellare ciò che di fatto già viene riconosciuto”.



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