venerdì 24 marzo 2017

COME PORTARE IL VANGELO A BRANCACCIO: IL METODO DI PADRE PUGLISI ALL'ARRIVO NEL QUARTIERE



Ma che tipo di sacerdote era padre Pino Puglisi nel concreto dell'attività quotidiana? Quali furono le sue scelte pastorali all'arrivo a Brancaccio? In questo articolo facciamo luce sulle iniziative a San Gaetano, analizziamo il suo metodo e le sue strategie messe in atto sin dai primi mesi dopo la nomina a parroco di San Gaetano. Emergono due grandi direttive: da un lato la formazione dei volontari e dei fedeli, dall'altro la proposta di un'alternativa di fede e cultura al clima di violenza mafiosa - e di religiosità distorta e superstiziosa - che si respirava nel quartiere.  

di Francesco Deliziosi

L’ARRIVO A BRANCACCIO E LA PRIMA OMELIA

Maglione blu con i gomiti lisi, pantaloni scuri, piccoli passi: alla chetichella, con il consueto, semplicissimo abbigliamento, dieci minuti prima della messa vespertina di sabato 6 ottobre 1990, don Giuseppe Puglisi si presentò a Brancaccio. Con grande sorpresa dei parrocchiani, avvisati del suo arrivo solo all'inizio della celebrazione. "Voglio prendere contatto silenziosamente con la mia gente", aveva detto il sacerdote a Mario Renna, il volontario che amministrava i fondi della chiesa (poi diventato sacerdote). La sua prima omelia ebbe come tema: “L'Amore che ci qualifica discepoli del Signore”. Ai fedeli – lo ricordava lui stesso - rivolse queste parole per ricordare il senso della comunità: "Abbiamo letto nel Vangelo io sono la vite e voi siete i tralci. Ciascuno di noi è un tralcio che dipende dalla Vite, cioè da Cristo; se si è uniti a Cristo ognuno è unito all’altro, come è stato dettato nel comandamento dell’Amore"


LE PRIME SCELTE PASTORALI

La chiarezza con cui don Puglisi aveva impostato il proprio lavoro emerge dall’analisi delle prime scelte pastorali in parrocchia, dai documenti di suo pugno utilizzati per alcuni convegni organizzati a Brancaccio. Qual era il suo obiettivo? L’11 gennaio 1991, in occasione della prima visita in parrocchia del cardinale Pappalardo, 3P aveva preparato una relazione di sintesi del lavoro di indagine sul territorio svolto in quei primi mesi: “Dobbiamo – si legge – elaborare un piano pastorale unitario che dia la possibilità di iniziare una rievangelizzazione e ricristianizzazione della porzione del Popolo di Dio residente nel quartiere”.
Proseguiva don Pino nella relazione all’arcivescovo: “Purtroppo nella nostra zona non sono presenti comunità religiose né maschili né femminili”, mentre veniva notata una presenza “massiccia e sistematica” dei Testimoni di Geova e una comunità di pentecostali. Seguiva un’analisi del degrado morale ed economico delle famiglie, e si segnalava la quasi totale assenza di strutture scolastiche e civili. Con una battuta 3P sintetizzava così: “Si fa presto a dire quel che c’è, tutto il resto manca”.
Sin dall’inizio don Pino operò per creare un’alternativa di fede e culturale a Brancaccio, dominata dall’ideologia della violenza mafiosa ma anche da una religiosità distorta.
La Chiesa di San Gaetano era rimasta per numerosi mesi senza parroco. Al suo arrivo don Puglisi si preoccupò intanto di ripristinare le normali attività che erano state sospese: si celebravano tre messe (una il sabato pomeriggio, due la domenica mattina, alle 10 e alle 12). Ripresero i corsi di catechismo per la prima comunione e quelli per la cresima, i corsi di preparazione al battesimo per le famiglie e quelli di preparazione alle nozze per le giovani coppie.

LA LITURGIA A SAN GAETANO

Le prime, piccole novità arrivarono dalla liturgia. Una delle due celebrazioni domenicali (quella delle 10) venne dedicata e adattata ai bambini: "3P" poteva così usare in libertà un linguaggio semplice, tutto per loro. E li invitava "a guardare le cose con occhi nuovi". In un'omelìa per le prime comunioni si rivolse così ai ragazzi che avevano concluso un travagliato corso di catechismo: "Abbiamo detto, vogliamo creare un mondo diverso. Impegnamoci a creare un clima di onestà, di rettitudine, di giustizia che significa compimento di ciò che a Dio piace" . Per far capire che non bisogna deridere chi ha avuto doni minori dalla natura, padre Pino si faceva accompagnare all'altare da Totò, un anziano signore handicappato fino a quel momento sbeffeggiato da tutti gli adolescenti . E non rimproverò mai i bambini che rumoreggiavano durante la messa, spiegando che non era affatto disturbato dalla loro vivacità.
Anche durante le celebrazioni per gli adulti il parroco dedicava una costante cura alla spiegazione delle parole difficili contenute nelle letture del giorno. A costo di chiarire ogni volta cos'è lo Spirito Paraclito ("che sta accanto", "chiamato presso un altro per assisterlo") o il vincastro (il particolare bastone usato dai pastori). Per stuzzicare l'attenzione della gente spiegò a quanti miliardi di lire equivarrebbero i talenti della famosa parabola. 
Aveva molto a cuore il rito e i suoi simboli, voleva una celebrazione corale e gioiosa, ma anche che i fedeli fossero consapevoli del significato delle formule e dei movimenti durante la messa: «Non c'è nulla di piu' sbagliato di ripetere a memoria frasi o gesti di cui si sconosce il significato». 
Una volta dall'altare raccomandò ai parrocchiani di rimettersi in piedi al momento giusto dopo la liturgia eucaristica: «E' doveroso stare in ginocchio durante la rievocazione dell'ultima cena di Cristo - esclamò - ma quando si dice "proclamiamo la tua risurrezione" bisogna essere già alzati, pronti ad esultare per Gesu' che ha vinto la morte". In un'altra occasione spiegò: "All'ingresso in chiesa è giusto farsi il segno della croce con l'acqua benedetta, ma all'uscita non ha significato ripetere questo gesto. Siete già purificati per aver partecipato alla messa, all'eucarestia».
E, a questo proposito, in sacrestia acconsentiva di buon grado alle continue richieste e benediva una torma di Madonnine, santini, quadri, rosari, crocifissi. Ma poi, pazientemente, spiegava che le statuette e la medaglietta al collo con il volto di Cristo non erano antidoti contro la sfortuna o il malocchio: «Indossiamo pure questi oggetti, teniamoli a casa, ma non come amuleti. Sono simboli per far capire agli altri: è Gesu' l'esempio che seguo nella mia vita»
Lungo la strada faceva una smorfia di disappunto quando vedeva sul cruscotto di qualche auto la foto di Padre Pio e accanto un corno rosso. Lui, accanto al volante della sua «Uno» acquistata al mercato dell’usato, teneva invece un’immaginetta con la scritta che era il suo programma: «Il compito più grande e che merita qualunque sacrificio è quello di edificare l’uomo».
A due sposini che volevano benedetta la casa ricordò con garbo che loro stessi nel matrimonio appena celebrato erano stati i ministri del sacramento e quindi «i canali della presenza di Dio e del suo Amore». E concluse con una battuta semiseria: «Poi, se proprio volete, io la casa ve la benedico, ma sappiate che non serve a far scappare gli spiriti maligni!». 
«La superstizione si insinua - diceva - e la Chiesa non è ancora riuscita a scacciarla. Troppe volte si ricorre al sacerdote non per iniziare una crescita spirituale ma come se fosse un mago o uno stregone». Anche nell'addobbo di San Gaetano "3P" si ispirava alla sobrietà, senza drappi di seta, infiorate o decorazioni di metallo prezioso. Il suo altare preferito lo teneva in casa (poi lo trasferì al centro Padre Nostro): una vecchia botte regalata da un suo amico artigiano. Una tavola per impastare il pane diventò il piano d'appoggio, un tronco con due rami ai lati per il messale era il leggìo.
Un'altra novità riguardò la raccolta delle offerte durante la messa: tra lo stupore di tutti venne abolita. Il cestino finì su un tavolino seminascosto all'ingresso, a disposizione di chi - prima della celebrazione - volesse dare un'elemosina. Così non si spettegolava sull’entità dell’offerta del vicino di banco.
A San Gaetano "3P" riorganizzò tempi e modi della liturgia e fissò per il lunedì pomeriggio un incontro fra quanti volevano leggere durante le messe i brani delle Scritture. Per prepararsi, capire e meditare in anticipo la Parola di Dio, evitando così di farfugliare o incespicare nei nomi ebraici. Il gruppo dei catechisti fu scremato, lasciando a contatto con i bambini solo le persone piu' qualificate. E ai ragazzi del coro padre Pino disse che la messa domenicale non era l'occasione per una esibizione di virtu' canore: piuttosto loro dovevano puntare "a coinvolgere tutta l'assemblea nel canto".

IL CORSO DI TEOLOGIA DI BASE.

A poco a poco si riavvicinarono molte famiglie. Padre Pino chiamò uno per uno i suoi amici insegnanti di religione, fece conoscere loro Brancaccio (molti non sapevano nemmeno quale fosse la strada per arrivarci) e allestì un regolare corso di Teologia di baseVi parteciparono tra gli altri gli insegnanti di religione Gandolfo Sausa e Giusy Caldarella, il diacono Saro Calò, Lia Cerrito responsabile del movimento francescano Presenza del Vangelo.
Per chi preferiva meditazioni piu' semplici, il martedì dopo cena c'era un incontro per adulti sul Vangelo di Luca (quello della misericordia, il preferito da Puglisi). Vedere persone che entravano e uscivano da San Gaetano dopo il tramonto fu per molti abitanti una sorpresa, visto che in tanti dicevano che "nel quartiere di sera calava il coprifuoco". Tornò a riunirsi un gruppetto di giovani dell'Azione cattolica, guidati da un volontario Fabio Di Giuseppe. Il gruppo dei ragazzi era seguito da Giuseppe Carini, Matteo Blandina e Salvo Machì.

LA FORMAZIONE DEI VOLONTARI
Padre Puglisi gioca a calcio coi suoi ragazzi

Con un pizzico di orgoglio, a gennaio del '92 "3P" poteva tirare un primo bilancio: "Per le attività programmate occorrerebbero un centinaio di volontari, ma per ora ce ne sono già una quarantina". Una particolare attenzione era destinata alla formazione e alla preparazione di queste persone che si impegnavano in parrocchia. Dal novembre del '91 all'aprile del '92 si tenne un corso tutto per loro in dieci incontri , con relatori esterni - professori e assistenti sociali - che affrontarono diversi temi, dall'evasione scolastica al difficile approccio psicologico con i minori o durante le visite familiari, dagli aspetti legislativi ai problemi dei portatori di handicap. Durante la riunione del 7 gennaio "3P" disse: "Il volontariato è un servizio stabile, reso gratuitamente senza scopo di lucro, deve essere un servizio qualificato, organizzato, non occasionale. Coloro che si dedicano al volontariato non devono essere spinti solo dal sentimento ma da un reale desiderio di aiutare il prossimo. Non si aiuta l'altro per autogratificarsi, per sentirsi meglio, ma per mostrare quel reciproco amore che esiste tra l'uomo e Dio. Aiutare il prossimo significa mettere in pratica quei valori contenuti nel Vangelo. Non dobbiamo aiutare a parole ma con i fatti e nella verità: non si può amare Dio che non si vede se non si ama il fratello che si vede (San Giovanni, prima lettera)" .
E il 18 febbraio spiegò ancora: "Volontariato uguale amore senza speranza di ritorno, senza reciprocità. Il volontario non deve aspettarsi qualcosa in cambio, ma deve donare con umiltà, condividere in libertà, servire gratuitamente. Dal volontariato può nascere l'amicizia, perché l'Amore genera amicizia. I volontari devono aiutarsi reciprocamente, devono creare una complementarietà di conoscenza, conoscenze pure tecniche, per divenire autonomi ed attenti alla fame materiale, alla fame intellettuale, alla fame della parola di Dio".



Dai verbali delle riunioni e dal registro delle presenze risulta che i volontari si erano divisi i campi di intervento: una parte seguiva il corso di alfabetizzazione e il settore scolastico, altri i minori, altri ancora (si erano chiamati "gruppo della speranza") gli anziani, i malati, gli handicappati. Alcuni infine preparavano uno "studio d'ambiente", una ricerca sul quartiere che comprendeva anche un sondaggio tra le famiglie attraverso un questionario preparato in collaborazione con sociologi della Facoltà Teologica di Palermo.
Nel programma si legge che il primo incontro (19 novembre) si apriva con una relazione di don Giuseppe Puglisi dal titolo “Il volontariato: una proposta di servizio nel territorio della parrocchia San Gaetano”.
Tra gli altri incontri “Aspetti legislativi del volontariato” dell’avvocato Nino Castello; “Studio d’ambiente: modalità”, dell’assistente sociale Mascia Castellucci; “Recupero scolastica: modalità”: di suor Carolina Iavazzo (laureata in pedagogia) e dell’assistente sociale Giovanna Stira; “Aspetto psico-pedagogico nel rapporto con il minore” della professoressa Francesca Cosenza; “Soggetti portatori di handicap” della preside professoressa Maria Di Naro; “L’analisi transazionale strumento di conoscenza di sé. Sentimenti-bisogni: loro uso” dell’assistente sociale missionaria Margherita Aneli che tenne anche una seconda relazione dal titolo “Orientamento per un corretto approccio con gli ammalati-i familiari-gli operatori sanitari”.
Il corso aveva quindi relatori esterni al quartiere e qualificati nei diversi campi.
Esistono verbali firmati da volontari o da assistenti sociali e registri delle presenze per i volontari dove si leggono i seguenti nomi.
MINORI. Giovanni Belzilleri, Antonella Cappello, Mary Spataro, Maria Rosa D’Angelo, Francesco Costantino, Lorenzo Spagnolo, Maria Lio, Tania Vitrano, Antonella Guaresi, Maria Grazia Mazzola Di Giorgio, Giuseppina Salerno.
ALFABETIZZAZIONE E SETTORE SCOLASTICO. Antonino Contorno, Marianna Davì, Cesira Bentivegna, Margherita Di Carlo, Sveva Corsale, Angelo Cirasa, Filippa Tiziana Guida, Gabriella Di Carlo, Giuseppe Costantino, Aurora Di Carlo, Carolina Lo Giudice, Sara Sciortino, Vincenzo Bellante, Antonino Castello, Nunzia Ingrassia.
ANZIANI, MALATI E HANDICAPPATI. Fulvio Romanella, Anna Paduano, Siria Lavarini Carlisi, Beatrice Arena, Antonino Contorno, Giuseppe Castelli, Virgilio Lo Piccolo, Anna Maria Bellante, Anna Romano, Anna Scrimali, Gabriella Di Carlo, Margherita Di Carlo, Katia Gentile, Aurora Di Carlo.

Al termine del corso di formazione, fu fissato per il 16 giugno del '92 un incontro di verifica. «Questo vuole essere un momento di fraternità e spiritualità - disse padre Pino -. Se diventiamo il nucleo portante e viviamo il valore della sintonia, della solidarietà, della comunione tra noi, potremo espandere tutto questo intorno a noi. Camminando a due a due uniti verso la meta, lì troveremo tutti insieme il valore dell'Amore e lo diffonderemo intorno a noi»
Il sacerdote fece conoscere in quell'occasione un documento di Giovanni Paolo II ("Evangelizzazione e testimonianza della carità") e spiegò che vi aveva trovato profonde consonanze con quanto stavano portando avanti: "È un trattato sulla carità con delle indicazioni pratiche per la nostra realtà di Brancaccio".




IL CONVEGNO SULLA PASTORALE PARROCCHIALE

Passata l'estate, padre Pino organizzò un convegno di tre giorni ("Parrocchia, Pastorale della carità e Territorio", dal 14 al 16 ottobre '92). E sul dépliant di presentazione fece stampare un brano del documento del Pontefice: "La carità evangelica, poiché si apre alla persona intera e non soltanto ai suoi bisogni, coinvolge la nostra stessa persona ed esige la conversione del cuore".
A conclusione delle relazioni, "3P" cercò di stimolare altre persone ad impegnarsi nel volontariato ed elencò i servizi possibili nella comunità: "Secondo quanto detto nel corso di questo convegno, ciascuno di noi ha ricevuto doni del tutto particolari che è chiamato a far fruttare. Ciascuno, quindi, secondo tali doni è chiamato a prestare il proprio servizio". Poi concluse: "Come cristiani, come assistenti sociali, come cittadini, continueremo a chiedere alle autorità locali ciò che è dovuto a questo quartiere. Il nostro servizio in questa realtà assume una veste di supplenza riguardo alle gravi carenze sociali che sono emerse. Non possiamo però restare inoperosi davanti alle urgenti necessità locali, nell'attesa che arrivino gli aiuti".
Il programma del convegno nel dettaglio prevedeva il 14 ottobre dopo la preghiera iniziale il saluto e l’introduzione ai lavori di don Giuseppe Puglisi. La prima relazione era di mons. Gioacchino Gammino (all’epoca uno dei vicari episcopali) dal tema “Parrocchia e territorio: bisogni e risorse”. Seguiva una relazione di don Puglisi dal titolo “Realtà socio-pastorale della parrocchia di San Gaetano e delle parrocchie del quartiere”. Dopo gli interventi la giornata si concludeva con la preghiera dei Vespri. Anche le altre due giornate si aprivano con la preghiera. Il 15 tenne la prima relazione don Mario Golesano (“La parrocchia nel contesto teologico-pastorale della Chiesa locale”) e la seconda fu di Maria Aurelia Macaluso, assistente sociale missionaria (“Il volontariato: una risposta motivata alle esigenze del territorio”). Infine il il 16 parlò suor Carolina (“Il centro di accoglienza Padre Nostro: una proposta operativa”), seguivano interventi e proposte di attività parrocchiali dalla base e infine alle 19 i lavori si conclusero con la celebrazione eucaristica.
Tranne suor Carolina i relatori erano esterni e va notata la presenza del vicario episcopale, a conferma di come don Puglisi si muovesse in sintonia e in raccordo con la chiesa diocesana.


La conclusione di questo articolo può coincidere con ciò che era scritto nella prima pagina del programma. Vi si leggono le finalità del convegno ma anche quella che era la missione spirituale che padre Puglisi aveva scelto: “Promuovere il volontariato, cioè educare le coscienze al servizio gratuito del prossimo. Preparare e formare il volontariato con una preparazione spirituale, motivazionale, tecnica”.

Un'immagine della cerimonia di beatificazione, 25 maggio 2013


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