martedì 31 gennaio 2017

PORTARE IL VANGELO NELLE CASE: LE MISSIONI POPOLARI DI PADRE PUGLISI A BRANCACCIO

Volontari che - casa per casa a Brancaccio nel cuore dell'impero mafioso - portano il Vangelo, si riuniscono nel nome di Gesù, leggono la sua parola e ne fanno conoscere il sapore di libertà: nel '92 e nel '93 padre Pino Puglisi organizzò così le Missioni Popolari nel quartiere. E' un aspetto poco conosciuto del lavoro di evangelizzatore che gli costò la vita: in questo articolo per la prima volta, e citando materiali inediti, si ricostruisce come il sacerdote aveva organizzato le riunioni che si concludevano con un messaggio esplicito agli abitanti: "Pentitevi! Salvatevi da questa generazione perversa!". Per i volontari un unico fondamentale consiglio: "Dovete far vedere di essere innamorati di Gesù".




di Francesco Deliziosi



Portare il Vangelo a Brancaccio. Un progetto di evangelizzazione casa per casa che padre Pino Puglisi realizzò attraverso le "Missioni Popolari": si tennero dal 22 al 29 marzo del 1992 e dal 22 al 25 marzo del 1993. A maggio iniziarono le prime intimidazioni contro il sacerdote. E il 15 settembre di quell'anno fu ucciso dalla mafia.
Le "Missioni" del marzo '92 furono progettate da padre Pino secondo quelli che considerava i pilastri di ogni attività della Chiesa: la ricerca per ogni singolo uomo della propria vocazione e l'investimento di questo dono, di questo "talento", in opere concrete nella comunità, nel territorio: "Nella parrocchia - scriveva - tutta la pastorale dovrebbe essere attraversata dalla linea vocazionale insieme con la linea missionaria: tutti chiamati, tutti mandati" .
La settimana delle "Missioni" fu annunciata con un volantino "a tutti i credenti cattolici residenti", firmato "il vostro parroco", in cui si invitava "a non farsi sfuggire questo dono del Signore". In una riunione con i volontari della chiesa di San Gaetano, "3P" spiegò chi erano i destinatari degli incontri: «Le Missioni vengono fatte per quelli che chiamiamo "piuttosto lontani dalla Chiesa". Non si tratta dei "lontani", cioè quelle persone che hanno scelto di vivere la loro vita senza Dio: chi fa o ha fatto esplicitamente professione d'ateismo non verrà. Verrà invece chi ha dentro una ricerca, chi magari si è allontanato per esperienze personali non positive. Verrà e può darsi che si senta attratto da un laico, da una suora per discutere questi problemi».

Gli argomenti erano stati divisi secondo un percorso che durava quattro sere. Coppie di volontari si recavano nelle case e tenevano le riunioni secondo programmi comuni. Ecco come li illustrava padre Pino: «Il primo tema è il piu' coinvolgente per tutti: che senso ha la vita? Chi è l'uomo? Sono domande che tutti gli uomini si pongono, a tutte le età della vita. Si cerca sempre l'indirizzo, la direzione da dare alla propria vita. La cultura di oggi dà delle risposte: ricchezza, potere, successo a livello egoistico, il piacere come regola. Noi possiamo ripartire invece da alcune frasi evangeliche: "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi rovina se stesso? (Lc 9,25)"».

La seconda sera il tema si spostava sulla figura di Gesu', "l'uomo che ha realizzato in pieno il progetto di Dio". Padre Pino svelava i presupposti teologici di questa impostazione e dava poi due consigli ai volontari: "La risposta alla domanda di senso è nella Bibbia, è l'antropologia biblica...Certo, noi non andremo dalla gente a dire la risposta alle vostre domande è l'antropologia biblica! Lo dico per intenderci tra di noi". Il secondo consiglio è meno scherzoso: "Come parlare di Cristo? Dobbiamo cercare di presentare da innamorati la figura di Cristo per sperare che ci stiano a sentire. Ciascuno di noi dovrà fare da mediatore, dovremmo fare innamorare gli altri di Cristo ma logicamente occorre che già noi siamo carichi di questo innamoramento".
«La terza sera - proseguiva padre Pino - il tema sarà: chi è il vero discepolo amico di Gesu'? Lo scopo è raggiungere la consapevolezza che non siamo uniti a Cristo se non siamo uniti tra di noi; che siamo un "corpo" dove ogni membro è al servizio delle altre membra». 
"3P" illustrava poi le tre condizioni "dell'amicizia tra Gesu' e noi": «Primo, la disponibilità a dare tutto, anche la propria vita. Secondo, il dialogo sincero a tutto campo. Terzo, l'apertura all'amore universale». Seguendo la metafora del corpo e delle membra, "3P" si concedeva qualche altra battuta: «Possiamo così iniziare il discorso delle varie vocazioni nella comunità. Le membra sono uguali nella dignità ma diverse nelle funzioni. C'è quindi unità nella complementarietà. Ma come nel corpo ci sono degli organi "funzionalmente essenziali", così è pure nella comunità. Senza un braccio io potrei anche vivere, senza il cuore no! Senza il cervello meno ancora, anche se c'è chi vive senza cervello...».
La diversità è per l'unità: «Nella comunità non deve esserci appiattimento, nessuno vuole livellare le persone, siamo tutti diversi, tutti "fuori serie". Altrimenti bisognerebbe stabilire la statura standard e passare sopra una pialla per livellare tutti...”.
La quarta sera aveva come tema: ”Signore, che cosa vuoi da me?“. Spiegava padre Pino: "E' il momento di aiutare a discernere la propria vocazione e di coinvolgere nell'impegno all'interno della comunità".

Nella traccia consegnata ai volontari si legge che l'ultima sera l'incontro si doveva chiudere con la lettura della parabola delle dieci mine lasciate a dieci diversi servi, che le fanno fruttare o meno (Lc 19, 12-26). E padre Pino concludeva: "Ciascuno ha il suo dono e non può gestirlo a suo esclusivo uso e consumo, ma deve condividerne i benefici con gli altri". Tutti chiamati, tutti mandati.
Il programma del secondo anno delle Missioni popolari era di sviluppo e completamento del primo. Le tematiche vocazionali erano ampliate e si puntava più esplicitamente sull’analisi dell’insegnamento di Gesù come “liberazione” dei cuori dalle schiavitù terrene.
Anche in questo caso si formarono coppie di volontari che andavano nelle case a orari stabiliti (anche serali): un volontario del Centro diocesano vocazioni (tra questi soprattutto le assistenti sociali missionarie tra cui Agostina Ajello) si accompagnava ad uno della parrocchia (oltre a suor Carolina e Gregorio Porcaro) in modo da rendere evidente la presenza esterna al quartiere e favorire lo scambio spirituale e culturale tra gli stessi volontari. Tra questi mi permetto di ricordare che c'era anche mia moglie, che accompagnò suor Carolina fino in via Hazon, dove l'incontro si tenne in casa di Pino Martinez (uno dei volontari ai quali - nel giugno successivo - i mafiosi bruciarono la porta di casa). Si formarono in tutto sia il primo che il secondo anno una ventina di coppie di “missionari”.

Il 22 marzo 1993 il primo incontro aveva come tema “Gesù e se stesso: la cura che Gesù ha avuto di se stesso per la sua maturazione umana”. Nel programma si legge che lo scopo di questo incontro è “Stimolare all’autoformazione permanente alla sequela di Gesù; formazione alla libertà di discernimento per le scelte fondamentali della vita e le scelte quotidiane nella realizzazione del progetto e della missione che Dio ci affida”. Seguivano le indicazioni delle letture evangeliche e la conclusione raccomandata: “Sollecitare a incarnare nella propria esistenza quotidiana l’esempio di Gesù”. Il programma è un dattiloscritto di quattro pagine su carta intestata della parrocchia opera probabilmente diretta di don Puglisi o che certamente lui stesso aveva letto e approvato. Dopo questa “conclusione raccomandata” si legge infatti una aggiunta a penna con la grafia di don Puglisi: (cfr Gv 8, 31-32). Il brano che il sacerdote segnala come conclusivo della prima serata delle Missioni è particolarmente significativo: “Diceva dunque Gesù ai Giudei che avevano creduto a lui: “Se rimanete nella mia parola, siete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.
Immaginiamo l’effetto dirompente agli occhi dei mafiosi di questi gruppi di “missionari”, una numerosa presenza di adulti non appartenenti al quartiere, che giravano nella zona, entravano nelle case e persino in via Hazon dove i boss custodivano la droga e gli esplosivi per le stragi. E immaginiamo l’effetto nei cuori della gente di Brancaccio, da sempre asservita al dominio della cosca, del suono delle parole eterne di Gesù: “La verità vi farà liberi!”…

Nella seconda giornata il tema era il rapporto di Gesù con il Padre con lo scopo di sollecitare il desiderio di preghiera costante. Nel terzo giorno il titolo era “Gesù e gli altri uomini” con lo scopo: “Toccato dall’amore di Gesù Cristo, il cristiano deve sentirsi chiamato, a sua volta, a realizzare il suo progetto di promozione e di liberazione di sé e degli altri uomini”. Seguivano le indicazioni delle letture evangeliche cominciando dal brano di Zaccheo (Lc 19, 1-10). Con questo testo “Gesù tocca il cuore di Zaccheo chiamandolo per nome, cioè lo conosce, interpreta fino in fondo la necessità e la miseria di lui; gli si avvicina con simpatia, con volontà di comprensione, lo scuote dal torpore, gli fa fare qualcosa, suscita l’attivià, la speranza e il bisogno del nuovo, della salvezza”.
La traccia continua così nel dattiloscritto: “La sua misericordia si esplicita in una tenerezza che è unita alla esigenza della conversione, e diventa amicizia offerta a tutti (Gv 15,15) e condivisione della Parola e persino dono della vita (15,13) e non solo nel momento supremo ma nel servizio costante di ogni momento (leggere Gv 13, 1-17). Come lasciarci liberare e rinnovare dalla sua Parola che ci chiama, con dolcezza ma con fermezza, alla conversione del cuore e alla vera gioia?”.
Il capitolo 15 di Giovanni è quello che si apre con la vite e i tralci. Era stato proprio l’argomento della prima omelia di don Puglisi al suo arrivo a Brancaccio. Il versetto 13 scelto da don Puglisi sotto l’incubo delle minacce e a pochi mesi dall’uccisione porta in sé il significato di tutta la sua vita: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici”. Ma questo sacrificio non ha nulla di superomistico, è solo la traduzione concreta dell’Amore di Cristo. Il parroco lascia infatti un’indicazione esplicita di umiltà cristiana e un’eredità di servizio ai suoi amici e parrocchiani. Indica infatti Gv 15, 15: “Non vi chiamo più servi…” e l’episodio della lavanda dei piedi che raccomanda ai suoi “missionari” di leggere come ultimo brano della serata (Gv 13, 1-17). E a Brancaccio, la terra dei padrini che fondano il proprio potere sulla violenza e l’arroganza assoluta, dove si rischia la vita per un banale “sgarro”, risuonarono queste parole di Gesù, seme di una visione radicalmente alternativa: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità vi dico: il servo non è più grande del suo padrone, né l’apostolo è più grande di colui che l’ha mandato. Se capite queste cose, siete beati se le mettete in pratica”.
La quarta sera le missioni si concludevano col tema “Che cosa dobbiamo fare fratelli?” (Atti 2, 37-41) Con lo scopo “Sollecitare l’impegno personale e comunitario”. Nella traccia si legge “Ripercorrendo il cammino delle tre sere precedenti sollecitare un progetto di vita personale e di inserimento-coinvolgimento nella vita e nei servizi della comunità parrocchiale”. Il brano scelto da don Puglisi dagli Atti, finale di tutto il percorso delle missioni, è pure emblematico. Alla domanda “cosa dobbiamo fare” che dà il tema a tutto l’incontro Pietro risponde: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per ottenere il perdono dei vostri peccati…E con molte altre parole li scongiurava e li esortava: “Salvatevi da questa generazione perversa”. Essi allora accolsero la sua parola e furono battezzati…”.

“Pentitevi!”, “Salvatevi da questa generazione perversa”. Come non pensare alle decine di omicidi, alle stragi commesse in Sicilia e nel resto d’Italia da quella “generazione perversa” agli ordini dei boss di Brancaccio? Ma a questi uomini e alla porzione del popolo di Dio che gli era stata affidata don Puglisi lancia quest’ultimo appello di speranza: pentitevi e salvatevi!

1 commento:

  1. Anche io nel mio piccolo insieme alle Sorelle dei poveri:suor Carolina, suor Alda, suor Franca e suor Pauline, andavamo con il Beato Puglisi non prete antimafia ma Predicatore della Parola di Dio!
    Rosi Rita

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