sabato 9 gennaio 2016

PADRE PINO PUGLISI: L'ELOGIO LAICO DEI GIUDICI NELLE MOTIVAZIONI DELLE SENTENZE


Uno striscione affisso davanti alla chiesa di San Gaetano a Brancaccio subito dopo il delitto
Due processi penali paralleli, contro esecutori e mandanti mafiosi, chiusi con una raffica di ergastoli; le condanne sono state rese poi definitive dalla Corte di Cassazione: questo il bilancio delle inchieste sull'omicidio di padre Pino Puglisi. 
Stanno scontando la condanna a vita i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (i mandanti) e Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, tutti detenuti. I due esecutori materiali (Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza) sono oggi collaboratori della giustizia e godono dei benefici di legge
Dagli atti dei due processi emergono riflessioni molto interessanti che testimoniano come le ricostruzioni della figura di padre Pino fatte in Aula da amici e testimoni abbiano colpito al cuore anche i magistrati. I quali, nelle motivazioni delle sentenze, esprimono convinzioni e analisi che sono un elogio laico della figura del sacerdote-martire.  

Un'altra immagine della Chiesa di San Gaetano subito dopo l'omicidio
Citiamo per esempio alcune frasi estremamente chiare dalle motivazioni della sentenza della prima sezione della Corte d’appello pronunciata il 13 febbraio 2001 (presidente Innocenzo La Mantia) e depositata in cancelleria il 12 maggio 2001. I magistrati (12 anni prima del responso della Congregazione per le Cause dei Santi!) si esprimono addirittura a favore del riconoscimento del martirio. 
Durante il processo, la difesa dei fratelli Graviano aveva cercato di dimostrare l’estraneità dei boss al delitto portando testimonianze sulla loro «religiosità», sulle loro frequentazioni di messe e addirittura sul fatto che si facevano il segno della croce prima di ogni pasto (sic).
Nelle motivazioni della sentenza questa tesi viene smontata così: «Qualcosa di ambiguo c’è in questa presunta religiosità dei mafiosi. E l’ambiguità diventa contraddizione ove si esaminano attentamente alcune manifestazioni. Bisogna ammettere che l’Essere Supremo in cui i veri cristiani credono non sia lo stesso in cui crede un mafioso: se le parole e certi atteggiamenti esteriori sono simili, infatti, diversi sono i contenuti della fede e le scelte esistenziali. Or bene quella dei mafiosi non è e non può essere una religiosità cristiana, sibbene una religiosità senza Dio. È una religiosità senza Vangelo, perché il Vangelo di Gesù è quello delle beatitudini, è il Vangelo che proclama beati i poveri, i non violenti, i costruttori di pace, i perseguitati, coloro che cercano la giustizia e sono capaci di misericordia, coloro che sono pronti a sacrificarsi per difendere la dignità degli uomini, come il povero buon padre Puglisi, il cui martirio è il prezzo della fedeltà a Cristo in ogni tempo. Che cosa c’è allora della fede cristiana in questa asserita religiosità dei mafiosi? Nulla! Si tratta di una religiosità senza Dio, di un ateismo religioso. Come tale è del tutto estraneo al vero cristianesimo e,  conseguentemente, ben compatibile con la truce aggressione in danno di un messaggero di Cristo».
Di fronte a un delitto orrendo e sacrilego, i magistrati nella sentenza si rivolgono direttamente ai boss condannati: «In quest’ottica, l’assunto difensivo appare del tutto privo di pregio: non rimane che la speranza e l’augurio che questi soggetti abbandonino le opere peccaminose e nefaste dell’organizzazione criminale. Che si ricordino di padre Pino Puglisi non solo per la sua morte crudele per mano della mafia, ma soprattutto per la profondità e la ricchezza del cammino interiore di fede che a quella morte lo ha condotto. Che guardino a questo martire per la giustizia, per la carità, per la fedeltà al suo ministero, come vero modello di cristiano, per lasciarsi contestare e contagiare dalla sua vita e dalla sua morte e per riporre fedeltà al Vangelo e ai Poveri senza compromessi e ambiguità».
Nelle ultime righe della sentenza, come accennato, i magistrati si pronunciano a favore del riconoscimento del martirio: «Don Giuseppe Puglisi sapeva di andare incontro alla morte, ma trovò il coraggio di andare avanti nella sua missione, tra minacce e intimidazioni. Ed era disposto anche al sacrificio della vita, come se la morte non gli facesse paura, neppure quando gli attentati intimidatori si ripeterono a catena contro di lui e contro i suoi amici: porte di casa bruciate, aggressioni per strada e minacce varie. Don Puglisi stesso si trovò le ruote dell’auto tagliate e un labbro spaccato: ma lui sdrammatizzava sempre e continuava a fare il proprio dovere mettendo al primo posto evangelizzazione e promozione sociale. Il riconoscimento del martirio da parte della Chiesa, quindi, non potrebbe essere altro che un suggellare ciò che di fatto già viene riconosciuto».
Una foto dei funerali di padre Pino Puglisi

Le motivazioni di un'altra sentenza, quella della seconda sezione della Corte d'Assise (presidente Vincenzo Oliveri, giudice a latere estensore Mirella Agliastro) riassumono così - tenendo conto del contributo di pm, testimoni e collaboratori - il movente del delitto e lo scenario di Brancaccio (il documento è depositato in cancelleria in data 19 giugno 1998): "Emerge la figura di un prete che infaticabilmente operava sul territorio, fuori dall'ombra del campanile...L'opera di don Puglisi aveva finito per rappresentare una insidia e una spina nel fianco del gruppo riminale emergente che dominava il territorio, perché costituiva un elemento di sovversione nel contesto dell'ordine mafioso, conservatore, opprimente che era stato imposto nella zona, contro cui il prete mostrava di essere uno dei piu' tenaci e indomiti oppositori. "Tutte le opere e iniziative che avevano fatto capo al sacerdote e che sono state indicate minuziosamente dai suoi collaboratori e persone a lui vicine, fanno corona alla figura di un religioso austero e rigoroso, non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, immerso nella difficile realtà di quartiere, lucido e disincantato ma non per questo amaro e disilluso, arreso o fiaccato dalle minacce, intimidazioni e aperti contrasti con gli uomini dell'establishment mafioso locale.
"Don Pino Puglisi aveva scelto non solo di "ricostruire" il sentimento religioso e spirituale dei suoi fedeli, ma anche di schierarsi, concretamente, senza veli di ambiguità e complici silenzi, dalla parte di deboli ed emarginati, di appoggiare senza riserve i progetti di riscatto provenienti da cittadini onesti, che coglievano alla radice l'ingiustizia della propria emarginazione e intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo piu' accettabile, accogliente e vivibile. E per questo erano malvisti, 
boicottati o addirittura bersaglio di atti violenti attuati per mortificare ogni voglia di riscatto, di progresso civile, ogni processo di "consapevolizzazione" dei propri diritti elementari.
"Il parroco di Brancaccio era andato oltre la mera solidarietà e l'appoggio morale agli emarginati: aveva scelto di denunciare i soprusi e i misfatti, aveva gradito assai poco e anzi scoraggiato l'appoggio offerto alla chiesa dai potenti della zona, collusi e compromessi con gli esponenti locali del potere mafioso e con il ceto politico facile a certi compromessi.
"Con salda e tenace determinazione aveva infatti impedito ai notabili del quartiere di sponsorizzare feste religiose e iniziative sociali per raccogliere voti per i propri candidati, mentre la sua attività (senza scopi di lucro o elettoralistici) di recupero del quartiere e di risanamento morale e religioso non era sfuggita all'occhio attento degli esponenti del potere politico o criminale che dominavano la zona.
"In siffatta intensa ed instancabile attività di risanamento morale e sociale va ricercata la causale dell'omicidio del prete...Quanto al quartiere si sono evidenziate varie componenti: espressioni dell'ambiente politico del tempo largamente inquinato, settori della società civile degradati, amministratori degli enti locali e rappresentanti delle articolazioni di quartiere per buona parte corrotti o collusi, esercenti attività economiche fortemente condizionati, un'accentuata presenza di malavitosi, in un tessuto storico-sociale caratterizzato da violenza e sottocultura.
"In un territorio a prevalente sovranità mafiosa, la parrocchia di don Pino Puglisi era un'isola di extraterritorialità che, per adesioni e progettualità e per la vitalità manifestata, era diventata una "enclave" di valori cristiani, morali e civili che non lasciava indifferenti i maggiorenti della zona, i quali a un certo momento di questa sfiancante contrapposizione decisero di eliminare il prestigioso e ingombrante capo spirituale, per disperdere il frutto della sua opera e del suo apostolato e fare ripiombare il quartiere nella plumbea atmosfera di vassallaggio all'imperante potere mafioso".
Subito dopo il delitto furono numerosi i tentativi di depistaggio che i due magistrati che condussero le indagini, Lorenzo Matassa e Luigi Patronaggio, seppero immediatamente evitare. Leggere oggi le motivazioni delle sentenze per il delitto - scritte con una tale chiarezza! - non può che spingerci a ringraziare sia i pm che questi giudici che hanno saputo fare luce in pieno su quanto avvenne nella Brancaccio violenta degli anni Novanta.  
Bambini di Brancaccio applaudono davanti alla bara di padre Pino Puglisi





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