domenica 20 settembre 2015

PADRE PUGLISI: SIAMO COME LE TESSERE DI UN MOSAICO


"Ognuno di noi - diceva spesso padre Pino Puglisi - sente dentro di sè un'inclinazione particolare, un carisma. Un progetto che rende ogni uomo unico e irripetibile. Questa "chiamata" è il segno dello Spirito Santo in noi". Solo ascoltare questa voce può dare senso alla nostra vita. "Sì, ma verso dove?" era uno degli slogan preferiti da padre Pino: "Verso dove vogliamo che vada la nostra vita?". In sintonia con la teologia post-conciliare, don Puglisi applicò, nel suo rapporto con i giovani, il concetto di "vocazione" nel senso più esteso: dalla vocazione esclusivamente sacerdotale si passò alla riflessione esistenziale sulla "chiamata" che ogni uomo sente dentro di sè e che deve saper interpretare per venire incontro allo Spirito. Un invito alla meditazione che è servito da guida alle migliaia di adolescenti che padre Pino è riuscito ad avvicinare a Cristo. "Venti, sessanta, cento anni...la vita - dice il sacerdote - A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo amore che salva. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo". In questa terza parte della sua relazione "La vocazione dell'uomo" (datata 1 febbraio 1987) appare evidente il taglio esistenziale dell'insegnamento di padre Puglisi. E la sua lezione di libertà. Arrivato a Brancaccio insegnò ai ragazzi del quartiere, sottomessi ai boss, come seguire invece la propria vocazione di uomini liberi: è lo stesso concetto di una bella immagine legata al mosaico del Pantocrator che viene evocato alla fine della relazione. Tante tessere che formano l'unico volto di Cristo. Ognuno di noi deve capire qual è il suo posto e aiutare gli altri a capire qual è il proprio. Solo così si completerà il progetto divino sull'Uomo (francesco deliziosi).


TESTO DI PADRE PINO PUGLISI

Questo è l’uomo: immagine di Dio. Ma per essere immagine di Dio dovrà essere trasparenza di Lui e quindi dovrà accoglierlo dentro di sé. Dovrà diventare tanto vicino a lui da fondersi con Lui, secondo l'espressione di S. Paolo nella lettera ai Galati: «Io vivo, ma non sono io che vivo. Cristo vive in me». L’uomo dunque è chiamato ad essere tutto questo. 
Dove realizza pienamente l’umanità questo ideale, questa vocazione? La realizza nell’uomo-Cristo. E’ lui l’uomo nuovo. E la stessa "Gaudium et Spes" al n. 22 dice così: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, è la figura di quello futuro. E’ cioè la figura di Gesù, il Cristo. Cristo è il nuovo Adamo. Ed egli rivela il mistero del Padre e del suo Amore e svela pienamente l’uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità, che sono state prima esposte, trovino in Lui la loro sorgente e tocchino il loro vertice». 
Ma dove l’uomo trova poi questa possibilità di unirsi a Cristo e di essere in comunione con Lui, di diventare una sola cosa con Lui? E’ nella Chiesa, nella comunità cristiana. Nella costituzione "Lumen Gentium" n. 2 viene detto: «L’eterno Padre con liberissimo e arcano disegno di scienza e di bontà ha creato l'universo, ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina, e quando essi caddero in Adamo, non li ha abbandonati ma sempre ha portato loro gli aiuti per salvarsi in considerazione di Cristo redentore, il quale è l'immagine dell'invisibile Dio generato prima di ogni creatura. 
Tutti gli eletti il Padre li ha conosciuti fin dall'eternità nella sua prescienza e li ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio Suo affinché egli sia il primogenito di una moltitudine di fratelli. I credenti in Cristo li ha voluti convocare nella Santa Chiesa la quale, già prefigurata fin dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo di Israele e nell’Antica Alleanza, e istituita negli ultimi tempi, è stata manifestata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli». 
Dunque è proprio lì, nella comunità cristiana, nella chiesa, che tutti riuniti da un’unica vocazione diventano una sola cosa in Cristo: una sola cosa. Diventano dunque il Corpo di Cristo. Leggiamo nella lettera agli Efesini: uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, una sola è la speranza. Si parla proprio di questo corpo in cui noi siamo inseriti attraverso il Battesimo. La Chiesa dunque è quel corpo di Cristo nel quale la vita del Signore, di Cristo, si diffonde nei credenti per mezzo dei sacramenti. E questi vengono uniti in modo arcano, ma reale, a Cristo che ha sofferto ed è stato glorificato. «Per mezzo del Battesimo siamo resi conformi a Cristo: infatti noi fummo battezzati in un solo Spirito per costituire un solo Corpo» (I Cor. 12,13). Con questo rito viene rappresentata e prodotta la nostra unione alla morte e risurrezione di Cristo. Fummo infatti sepolti con Lui, col Battesimo, nella sua morte, e se fummo innestati a Lui con una morte simile alla sua, ugualmente, lo saremo in una risurrezione simile alla sua" (L.G. 7). Quindi costituiamo in Cristo un solo corpo e diventiamo una sola cosa in Lui. Ovviamente ciascuno nella diversità dei doni ricevuti

Tutti quanti, dunque, secondo l’espressione di un teologo siciliano, padre Consoli, rettore dello studio teologico di Catania, tutti quanti siamo come l'unico volto del Cristo. Tutti diventiamo figli nel Figlio, Cristo. Come in quel volto che è raffigurato a Monreale, ciascuno di noi è come una tessera di questo grande mosaico, diceva lui. E quindi tutti quanti dobbiamo capire qual è il posto che dobbiamo occupare perché questo volto acquisti la sua bellezza, e sia, direi, attraente per tutta l’umanità. Tutti quanti dobbiamo capire qual è il nostro posto e dobbiamo aiutare anche gli altri a capire qual è il proprio, perché si formi l'unico volto del Cristo, splendente della sua Gloria. 
Sempre nella L.G. al n. 12 viene detto così: «Lo Spirito santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio, lo santifica e lo adorna di virtù, ma distribuendo a ciascuno i propri doni, come piace a lui, dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione, secondo le parole: «A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio. E questi carismi o anche più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto appropriati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione. I doni straordinari, però, non si devono chiedere temerariamente, né con presunzione si devono da essi sperare i frutti dei lavori apostolici, ma il giudizio sulla loro genuinità e sul loro esercizio ordinato appartiene a quelli che presiedono nella chiesa ai quali spetta, specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono». 
Ecco quindi questa Chiesa che si identifica, come dirà poi recentemente un documento di 4 congregazioni della S. Sede, documento conclusivo del 2° Congresso Internazionale per le Vocazioni, al n. 15: «La Chiesa è in stato di vocazioni e si identifica con tutte le vocazioni di cui è costituita». Cioè ciascuno che fa parte della Chiesa ha una sua vocazione, e quindi Chiesa uguale persone in stato di vocazione, persone chiamate. Questa Chiesa, dunque, costituita da tutti questi doni e da tutti questi carismi, nella ricchezza che lo Spirito profonde, ricchezza di gemme preziose che lo Spirito dà alla Sposa di Cristo che è la Chiesa, questa Chiesa risplenderà tanto più quanto più evidenti e più chiare saranno le varie vocazioni e quanto più fedeli e più perseverarti saranno quelli che hanno ricevuto le varie vocazioni e i vari carismi, alla vocazione e al carisma ricevuto. 
Volevo concludere con una poesia di un autore brasiliano che voleva essere una sintesi di quello che ho finora detto: «Mi iscrissi alla scuola dico, ai giardini di Epicuro e mi associai alla legione immensa dei cacciatori della bella farfalla e quanto più ricevevo, tanto più desideravo ricevere. Mi poiché ciò che potevo possedere era sempre più di quanto possedevo, mi sentivo infelice. Riconobbi l’errore della mia matematica, cambiai strada, mi misi a correre nella direzione, opposta. Entrai nella scuola, dico nelle lotte, di Diogene, il cinico di Sinope, il massimo filosofo del nichilismo negativo; nel rigido alambicco della mia persecuzione distillai il vino rosso della mia insipienza, il sottilissimo alcool del mio nero pessimismo, proclamando al mondo stupefatto che la felicità consisteva nel possedere nulla. E mi nascosi nella mia botte per dormire il sonno dei giusti. E mi svegliai, solo Dio sa per quale inaudito miracolo, mi svegliai ai piedi del Nazareno. Non vestiva manto di porpora, come Epicuro, né andava nudo come Diogene. E ascoltai quelle parole brevissime ed immense: «Beati i poveri di spirito, beati i puri di cuore». Compresi allora che la mia missione non era per ricevere, e, tanto meno, sdegnarmi di ricevere, ma piuttosto ricevere per dare» (Huberto Rohden).
3- fine

Le precedenti due parti della relazione si trovano a questi link:


Si ringrazia l'Archivio don Puglisi di via Bonello a Palermo, coordinato da Agostina Aiello

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