domenica 30 agosto 2015

PADRE PUGLISI: L'UOMO NON PUO' VIVERE SOLO




Padre Pino Puglisi è conosciuto come un prete di strada, tutto cuore...Ma pochi sanno che in realtà egli era anche un fine intellettuale: aveva approfondito non solo gli studi biblici (com'è naturale che sia per un sacerdote) ma anche la psicologia e la pedagogia. Seguiva e applicava nei suoi campi scuola o per le riunioni dei volontari i metodi della terapia di gruppo e della logoterapia. Quando morì, nella sua modesta casa di piazzale Anita Garibaldi a Palermo, furono trovati circa tremila libri, che utilizzava per affinare il suo carisma di educatore con analisi scientifiche. 
La targa affissa dopo l'omicidio accanto al portone di casa di padre Puglisi e preparata dai ragazzi dell'Iti Volta

Il taglio dello studioso appare evidente da questa quarta e ultima parte delle sue relazioni al campo scuola "Essere con...". Padre Puglisi cita Erich Fromm ma anche il mentalista Lior Suchard e il sociologo Uwe Flick, porta un calzante esempio sulla schizofrenia. Tutto questo ovviamente non per dare sfoggio di cultura davanti ai suoi ragazzi ma per inquadrare un tema fondamentale nella nostra società: l'uomo che rimane solo, che vive nella solitudine, è destinato a perdere la ragione e a perdersi. E' il dialogo, la socialità, che può salvarci. E ciò è senz'altro vero anche - trent'anni dopo che queste parole furono pronunciate - nella nostra società. Dominata dai social network e dai mass media ma fondamentalmente società dell'incomunicabilità e dell'emarginazione. 


TESTO DI PADRE PINO PUGLISI
La passeggiata nel bosco, il contatto con la natura: una delle caratteristiche dei campi di padre Puglisi


IL DIALOGO
"Il sentirsi soli e isolati porta alla disintegrazione delle funzioni mentali esattamente come l'inazione porta alla morte" (Erich Fromm). Come dice Lior Suchard nella sua "Integrazione della personalità" lo sviluppo dell'individuo e la maturità delle relazioni personali camminano di pari passo e non possono esservi l'uno senza l'altra. Come un bambino ha bisogno dell'affetto dei genitori, l'adulto non può vivere senza sentirsi accettato dai suoi simili, altrimenti è preso dall'isolamento e dalla follia. 
 Sapere che una persona ci accetta incondizionatamente vuol dire diventare capaci di accettarsi ed essere noi stessi, realizzando la nostra personalità Ciò però è possibile solo se qualcuno ci accetta così come siamo. Non possiamo prendere coscienza di noi stessi se non abbiamo una persona con cui collegarci in un confronto. Molti dicono di sentirsi più se stessi quando sono soli, soprattutto gli artisti possono illudersi che la loro profonda esistenza trovi compimento nelle torri eburnee in cui, da solitari, esprimono la loro arte, ma dimenticano che l'arte è comunicazione. 
 La realizzazione di sé non è un principio antisociale, ma si basa sul dialogo, sulla comunicazione, gli uomini hanno bisogno degli altri e solo se riescono ad instaurare dei rapporti soddisfacenti con gli altri possono raggiungere livelli di indipendenza, di maturità. 
 Il rapporto con gli altri, infatti, non limita ma dà la via per raggiungere la pienezza e la libertà. Non bisogna però cercare la pienezza e la libertà ponendo dei limiti agli altri perché si finirebbe con il diventare egoisti, bisogna piuttosto cercare gli altri per gli altri, solo così è possibile diventare maturi. Se esistesse un essere umano autarchico, autosufficiente, egli non possiederebbe caratteristiche umane, proprio i rapporti che legano gli uomini testificano la nostra partecipazione alla natura umana. Ognuno di noi è parte dell'altro, se ci si isola dai nostri simili non si può raggiungere indipendenza e maturità; infatti, tanto più un uomo è isolato, tanto meno è indipendente. 
 Quando ci è impossibile instaurare certi rapporti con un dato soggetto, lo consideriamo malato di mente e spesso gli psichiatri basano la diagnosi di schizofrenia sulla soggettiva difficoltà a stabilire rapporti con i pazienti. Gli schizofrenici sono i più isolati ma sono ancora molto simili fra loro. Una delle caratteristiche che colpisce nelle corsie degli ospedali psichiatrici è il difetto assoluto di contatto fra i pazienti: uomini che per trenta anni hanno mangiato alla stessa tavola e hanno dormito in letti vicini non si sono mai scambiati una parola. Ognuno è chiuso nel suo mondo personale, ed è così, apparentemente autosufficiente, tanto da avere bisogno di essere assistito per tutta la vita. Per poter essere noi stessi, realizzare la nostra personalità dobbiamo dunque comunicare, ma per fare ciò abbiamo bisogno di riferimenti, di un codice, di un linguaggio. Il linguaggio è necessario per comunicare, però quando si dialoga bisogna essere convinti di essere di fronte ad un altro che è diverso. Il riconoscimento dell'altro in quanto tale è alla base della comunicazione che deve essere ovviamente bilaterale. La comunicazione è possibile, se ci si libera da se stessi, ci si rende disponibili ad accogliere l'altro per ricevere la sua comunicazione e intendere la sua richiesta; solo così si accede entrambi contemporaneamente alla libertà perché si è fatto uno sforzo parallelo. 
In questa comunicazione dall'IO più TU si passa al NOI e il NOI non sarà un io allargato ma la complementarietà di due TU. Come dice Flick, il soggetto sufficientemente sicuro di sé entra facilmente in contatto dialogico con gli altri. La comunicazione è solo un presupposto del dialogo, non è il dialogo. Non appena il soggetto identifica gli altri nella comunità egli è portato ad entrare in contatto con l'essenza, col nucleo esistenziale più profondo. Comunicare, infatti, significa voler entrare in contatto con l'essenza dell'altro, dialogare significa attingere fino in profondità. 
 Possiamo avere diversi tipo di rapporti, da quello fisico della compressione in un autobus cittadino, alla relazione sessuale. Ma così non si raggiunge la persona. Spesso, infatti, noi assumiamo dei ruoli, delle maschere a seconda delle varie realtà dei vari ambienti, appunto per questo non dialoghiamo con l'essere profondo degli altri perché siamo a contatto con delle maschere, non con delle persone. La persona, nei suoi valori esistenziali, appare raggiungibile solo se è possibile cercarla con la sua persona e incontrarla nel dialogo. Nel dialogo non c'è scambio di idee a livello teorico ma un contatto a tutti i livelli, attraverso questo contatto personale è possibile scambiare le categorie concrete dei valori più strettamente personali e diremmo i modi con i quali tali valori vengono integrati dal soggetto nella propria personalità. 
Il soggetto spesso si accorge che con i mezzi di relazione non riesce ad entrare nell'intimo dell'altro. Il rapporto che rende possibile l'incontro con quanto gli altri abbiano di più personale è indispensabile alla affermazione e allo sviluppo del soggetto umano. Il soggetto non è sufficientemente maturo e sviluppato finché non è in rapporto autentico con l'essenza di tutta la realtà che lo circonda. 
 Che cosa è allora il dialogo? Si tratta di un rapporto caratteristico fra due o più persone che non si scambiano solo dati informativi, ma vengono fra loro a contatto personale accogliendo globalmente non solo i segni, ma la persona. E' nel rapporto di dialogo caratteristico fra due o più persone che si può raggiungere un sufficiente grado di integrazione personale. Se il dialogo non attinge alla persona in profondità vuol dire che non si è raggiunto un sufficiente grado di maturità perché dialogo e maturità vivono in simbiosi e, con il crescere dell'uno, cresce anche l'altra. 
Solo in questo modo i valori comunicati non sono la ripetizione di un sentito dire, ma valori esistenziali per la persona che vive e quindi vuole comunicarli.  Però è necessario che il dialogo sia cercato per la comunicazione di valori posseduti sufficientemente. Il dialogo è necessario e corrisponde ad esigenze sia della società che del singolo, quindi è ordinato allo sviluppo delle persone umane e dei loro rapporti. E' auspicabile che i dialoghi si moltiplichino e si generalizzino, tendendo all'ideale confinante con l'utopia: di qualsiasi cosa possiamo dialogare.
Ciò è raggiungibile. Certo ci sono delle difficoltà; spesso si sente parlare di persone impossibilitate a comunicare, a dialogare, perché non hanno integrato il loro valore personale o perché credono sia troppo meschino per essere comunicato. Queste persone però devono guardar bene i valori in cui credono, confrontarli con gli altri e fortificarli. Solo in questo modo potranno crescere nella ricerca dei valori e potranno rafforzarli. 
 Casi di incomunicabilità si verificano anche allorquando i due dialoganti sono chiusi nelle loro convinzioni personali e né l'uno né tantomeno l'altro vogliono staccarsene. Bisogna in questo caso essere capaci di calarsi nei panni degli altri, essere capaci di critica e di autocritica. Altre difficoltà possono essere date dalla mancata o deformata risposta del partner. Il dialogo con tutti e su tutto è la forma più auspicabile di rapporto umano che aiuta lo sviluppo personale di quelli che ne prendono parte. 
 Chiudersi in un dignitoso silenzio aspettando che gli erranti vengano a noi a chiedere il verbo di verità è quanto di meno umano si possa pensare. Importante per il dialogo è di rendersi attenti a procedere con quella cautela che non è pigrizia, non è viltà ma rispetto dell'autentico limite umano di tutte le cose. 

Dialogo con Dio. 

Si tratta di un dialogo con il totalmente altro. Questo totalmente altro ha sempre cercato di comunicare con l'uomo. Lettera agli Ebrei 1,1-2: "Dio ha parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, ora ha parlato a noi per mezzo di suo figlio il quale è irradiazione della sua sostanza”, come la luce è irradiazione del sole, e mentre non possiamo guardare il sole che ci abbaglia, possiamo invece vedere la luce. Cristo è comunicazione a livello umano di Dio all'umanità.


(4-fine)


RINGRAZIAMENTI
Si ringrazia l'Archivio don Puglisi di via Bonello a Palermo, coordinato da Agostina Ajello, e il compianto mons. Francesco Pizzo che per primo analizzò i testi dei campi scuola di padre Puglisi.

4 commenti:

  1. Padre Pino Puglisi, 3P, non era solo il sacerdote tenero e affettuoso o l'eroico prete che non temette la mafia. Era anche questo, sì.
    Ma era pure un fine intellettuale, un pensatore profondo.
    E questo scritto lo dimostra.
    Io, da artista (ma mi vergogno a dirlo, non mi sento degno di dirmelo) ho in me il desiderio bruciante di far conoscere ciò che creo, ciò che sono, di renderlo "vivo" e "vero" attraverso la conoscenza gli altri. Ipocrita o timoroso l'artista che nega ciò.
    Da persona timida e introversa, sento a volte l'ostacolo di una specie di incomunicabilità, come una parete di vetro che separa il mio Sentire dall'altrui Capire, e mi fa paura.
    Don Pino, il Beato Giuseppe Puglisi, ha parlato di tutto questo, con una lucidità sorprendente, ma non poi così tanto: nella Chiesa questa profondità di pensiero si trova.
    Ve lo consiglio, perché in realtà Don Pino in questo brano parla anche di te, di voi, di ognuno di voi che adesso mi state leggendo, di tutti noi.
    Claudio Gnoffo

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  2. Che bello , spero lo leggano in tanti
    Stefana Santoro

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  3. Non bastano le parole per definire un uomo di questa portata:eroe santo ecc...
    Gregorio Iole Lombardo

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  4. Molti sacerdoti dovrebbero seguire i suoi esempi...
    Amanda Morello

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