martedì 19 maggio 2015

PINO PUGLISI AI GIOVANI: SCOPRITE NEI VOSTRI CUORI LA VOCAZIONE


Verso dove vogliamo che vada la nostra vita? Dalla relazione del “Sì, ma verso dove?” (il suo slogan preferito) a tanti altri interventi, risulta evidente il taglio esistenziale che padre Pino Puglisi diede al suo insegnamento e in particolare ai suoi campi-scuola degli anni Ottanta (da cui è tratto anche questo testo).
Da autentico operatore della pastorale delle vocazioni (di cui fu un pioniere) 3P sapeva bene che i giovani hanno bisogno di modelli forti e toccanti, di testimoni più che di maestri. Al posto della presentazione della dottrina e di reclutamenti, privilegiava la narrazione e la provocazione. Col metodo socratico dell’educare, cioè il tirare fuori quello che è dentro, la maieutica socratica appunto.  Il concetto di vocazione viene ampliato – in piena sintonia col Concilio Vaticano II – e non è affrontato solo come vocazione sacerdotale (anche se in questa relazione padre Puglisi dedica alcuni splendidi passaggi al significato della verginità sponsale dei sacerdoti). Ogni uomo ha una vocazione, un talento lasciato dal Signore, una chiamata. Sta a lui, in piena libertà, saperla riconoscere e farla fruttificare, come i talenti evangelici.
Quanto allo stesso sacerdote, egli esplicita il suo modello: Cristo e il valore universale dell’Amore che ci ha insegnato. Accettando Cristo come modello, Pino Puglisi accetta anche la croce e la metafora del chicco di grano. Deve marcire per dare grande frutto. Meditando su questo scritto, possiamo intuire negli anni della Brancaccio violenta, da dove 3P prese la forza che lo sorresse. Anche davanti alle minacce, agli attentati, alle violenze. Aveva messo nel conto di essere ucciso come il suo Maestro.


di padre Pino Puglisi



La vocazione è sempre unica: è il segno dell’amore di Cristo, perché l’amore di Dio è manifestato in Gesù Cristo. La vocazione è segno dell’amore che Gesù Cristo ha per l’umanità, o meglio dell’amore reciproco che c’è tra Gesù Cristo e la comunità di coloro che hanno risposto al suo amore: la comunità cristiana, la Chiesa e le varie piccole comunità cristiane.
Una comunità è la famiglia che dovrebbe vivere bene questo rapporto d’amicizia con Gesù Cristo; deve significare il rapporto di sponsalità tra Gesù Cristo e la comunità cristiana; Cristo è lo sposo e la comunità cristiana è la sposa. Gli sposi manifestano questo amore che c’è tra Cristo e la Chiesa. La vocazione al Matrimonio è vocazione all’Amore.
Ma c’è un altro aspetto dell’amore. L’amore della verginità sponsale. Chi sceglie di non sposarsi vuole diventare per il mondo annunzio di questa donazione totale a Cristo. Ogni cristiano dovrebbe donarsi totalmente a Cristo, è chiaro; nel matrimonio e fuori del matrimonio; ma chi sceglie la verginità sponsale diventa segno più evidente di questa donazione a Cristo; non sceglie di non sposarsi perché non approva il matrimonio, ma sceglie di non sposarsi per volere significare a Gesù Cristo: “tu vali per me più di ogni cosa, più di tutto, più di ogni altra persona; con te io potrò realizzare pienamente la mia vita”.
Per esempio Tommaso Moro, che era primo ministro del re Enrico VIII, era un padre di famiglia, realizzato pienamente nella sua famiglia e anche nell’impegno politico, realizzato sempre con coerenza e con purezza di cuore, fino alla fine quando – essendogli stata chiesta qualcosa che non era secondo la sua coscienza – si era rifiutato e fu decapitato. Tommaso Moro si è realizzato nella coerenza, come segno d’amore.
Bellissime sono le lettere mandate alla figlia mentre era carcerato nella Torre di Londra, arriva a scriverle anche con il sangue, perché non gli passavano più l’inchiostro. Alla fine non ha potuto più scrivere perché non gli hanno dato neppure la carta. Ecco un uomo realizzato pienamente nella sua famiglia in questo rapporto d’amore con Gesù Cristo e per l’umanità.
Un altro esempio, tra i tanti, è Massimiliano Kolbe, che ha scelto la verginità. Era un frate francescano e ha dato la sua vita per un altro. Il suo era un amore che era al di sopra della sua stessa vita. Amava gli altri più della sua vita, come Gesù Cristo, in un certo senso.
La vocazione per prima cosa è la realizzazione dell’amore; essere segno dell’amore di Dio e dell’amore di Cristo o nel matrimonio  o nella verginità sponsale. Perché si dice verginità sponsale? Perché il rapporto di amore con Gesù Cristo non resta sterile ma è fecondo; è un amore che produce molti figli a Gesù Cristo. Come nella famiglia vengono procreati dei figli attraverso il rapporto coniugale, così nel rapporto tra colui che ha scelto la verginità sponsale vengono dati altri figli a Dio Padre nella fede. Pertanto chi sceglie la verginità sponsale non è sterile, ma esercita una paternità, una maternità.
Queste sono dunque le grandi vie: matrimonio e verginità sponsale come segno dell’amore. Fra queste due scelte si collocano i vari ministeri, i servizi della comunità cristiana.
In una parabola del Vangelo di San Luca, Gesù dice: “C’era un tale il quale si era messo a costruire una torre; prima di costruire la torre pensò: vediamo quanti soldi ho, di che altezza posso fare la torre, quali mezzi ho”. Conclusione: “Quandi tu devi costruire la tua vita prima guarda quali mezzi hai per vedere come devi fare” (Lc 14, 28-30). E’ inutile, per esempio che tu voglia fare il medico se tu non sei portato a degli studi approfonditi, o che tu voglia fare il filosofo, se invece sei portato alla tecnica. Se sei portato al pensiero, perché devi avere tra le mani gli aggeggi che non riesci mai a usare: fai il filosofo.
Ognuno ha dei talenti. Gesù racconta anche un’altra parabola, la parabola dei talenti. Una volta un re dovendo partire dalla sua regione, affidò a dei suoi servitori, potremmo dire a dei suoi ministri, i suoi beni. A uno dette cinque talenti, a un altro due, a un altro uno. E disse poi: mi renderete conto.
Al suo ritorno uno aveva fatto fruttificare i cinque talenti e li aveva fatti diventare dieci; così pure quello che ne aveva ricevuto due. Quello invece che aveva ricevuto un solo talento, lo aveva nascosto, dicendo: “chissà me lo rubino”; non lo aveva trafficato.
Allora il re ai due che avevano fatto fruttificare i talenti dette posti di importanza; ma all’ultimo disse: “Non sai fare niente, vattene”. Gesù conclude così: “A chi ha sarà dato di più, a chi non ha sarà tolto quello che ha”. Noi abbiamo dei talenti che il Signore ci ha dato, dobbiamo farli fruttificare.
Nostro compito è vedere quali sono e poi farli fruttificare. Dobbiamo cioè cercare di scoprire dentro di noi quali sono le capacità che abbiamo e dobbiamo svilupparle; se semplicemente vediamo queste capacità e non le sviluppiamo, non abbiamo fatto niente.
Non basta sapere chi siamo per raggiungere Dio, è necessario anche cercare di sviluppare i lati positivi che abbiamo.
Noi qui certamente non potremmo fare un test psicologico per capire di che carattere siamo, se siamo di carattere collerico, se siamo attivi o non attivi, immaturi etc.; ci sono degli psicologi che fanno questo. Però dobbiamo cercare di capire quali sono i doni che abbiamo e cercare di enumerarli: l’intelligenza, la volontà, la vista, l’udito; come usiamo i doni della nostra intelligenza, della nostra volontà, della nostra vista, del nostro udito, del nostro tatto, cioè di questi sensi che ci mettono in comunicazione con la realtà, con gli altri, con le cose?
Come usiamo la nostra intelligenza? Quali scelte facciamo con la nostra volontà? La volontà si muove sollecitata dai valori; allora dovremmo chiederci su quali valori fondamentali vogliamo impostare la nostra vita e, quindi, quali le nostre scelte future? Cioè quale progetto facciamo per la nostra vita?
Vi ricordate, noi alcuni valori li abbiamo tratti dalle beatitudini e dalla vita di Gesù; abbiamo considerato alcuni valori fondamentali a cui faceva riferimento Gesù. Vi domandavate: quali valori vogliamo mettere al centro della nostra vita? Attorno a quali valori vogliamo costruire la nostra vita, quali progetti facciamo per il futuro, come lo pensiamo il nostro futuro? Queste importantissime domande possono ridursi a questa: a che cosa ci chiama il Signore?
Qual è fondamentalmente la vocazione a cui ci chiama? Che cosa dovremmo fare della nostra vita? Come la dobbiamo spendere, come la vogliamo adoperare? La vogliamo sprecare o la vogliamo adoperare per qualcosa di bello e di grande? Come vogliamo vivere la nostra vita?
Dovremo saper fare delle scelte. Vivere è scegliere, perché nella vita ci troveremo di fronte a tante vie. Chi, per esempio, si trova in una piazza con cinque vie da poter imboccare, se ne sceglie una deve lasciare le altre quattro. Ogni volta che si fa una scelta significa lasciare altre possibilità. Però se uno vuole lasciare tutte e cinque le possibilità, cosa succederà? Resterà lì a fare da palo.
Chi vuole vivere realmente la propria vita dovrà scegliere, e scegliere significa rinunciare a qualche cosa per averne un’altra. Non è rinunciare semplicemente, ma scegliere qualcosa che per noi è più bello,  è più importante.
 Può succedere certe volte di rinunciare a qualcosa che piace per ciò che è più utile. Per esempio, ci possono essere delle medicine che sono amare; ma se io ho la necessità di quella medicina, rinunzio alla bocca dolce per prendermi la medicina per la mia salute. Quindi la scelta alle volte riguarda una cosa che magari piace e un’altra che magari non piace, però è utile, anzi necessaria.»
 Gesù dice: “Se il chicco di frumento non cade nella terra e non marcisce rimane solo” (Gv 12,24), cioè non dà frutto. Se invece cade nel terreno e marcisce diventa una spiga che dà frutto. Da un chicco vengono fuori altri venti chicchi, anche di più certe volte. Gesù ci richiama alla logica del chicco di frumento. È la stessa logica della vita vera, della vita di Gesù.

 Gesù ha portato molto frutto quando è morto. Morendo sulla croce e risorgendo ha dato come frutto la rigenerazione dell’umanità.
Quindi la logica della scelta diventa una logica d’impegno, ma anche, qualche volta, di sacrificio che, però, dà vera gioia. Gesù ha detto: “Chi vuol essere mio discepolo, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Mc 8,34-35). Può sembrare una cosa che atterrisce prendere la croce per essere discepolo di Gesù, ma se noi vogliamo crescere, sarà questa la logica. Se noi vogliamo restare immaturi allora rifiuteremo la logica della croce, la logica del chicco di frumento. Chi vuol crescere deve accogliere la logica del chicco di frumento.

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