lunedì 23 febbraio 2015

PADRE PINO PUGLISI: IL TESTIMONE DI CRISTO DEVE ESSERE DISPOSTO AL MARTIRIO



Il testimone di Cristo deve essere disposto a morire, deve essere disposto al martirio. Proseguiamo con la pubblicazione degli scritti e delle relazioni di padre Pino Puglisi. Ecco il testo di uno dei documenti più significativi: si intitola  “Testimoni della speranza” ed è una relazione elaborata dal sacerdote per il convegno nazionale  del Movimento Presenza del Vangelo che si tenne a Trento nell'agosto del 1991. Il testo fu poi pubblicato sul n. 5/1991 del mensile del movimento di ispirazione francescana, al quale padre Puglisi fu molto vicino. Nel '91 Puglisi era già parroco a Brancaccio, aveva toccato con mano le difficoltà della sua missione e il pesante clima di oppressione mafiosa che aleggiava sul quartiere. 
Oltre al testo riordinato e pubblicato dalla rivista riportiamo a seguire anche brani di una trascrizione da una audiocassetta sullo stesso tema: padre Puglisi (per un altro incontro) aggiunge a braccio alcuni episodi significativi vissuti direttamente a Godrano (paese dilaniato da una faida in cui fu parroco negli anni '70) e proprio a Brancaccio con la storia di un ragazzino costretto a rubare. 
Le sue parole sembrano davvero profetiche, soprattutto nei passaggi in cui descrive il destino del testimone che deve essere disponibile al martirio. Anzi è questo che dà valore alla sua testimonianza. 
Non a caso queste sue frasi sono state scelte dalla Chiesa come letture per il giorno in cui il Beato viene ricordato nel calendario liturgico, il 21 ottobre (in ricordo del suo battesimo).

TESTIMONI DELLA SPERANZA

di Padre Pino Puglisi


Testo della relazione rivisto e pubblicato sulla rivista mensile “Presenza del Vangelo”, 1991, n. 5.


GESU’ IL TESTIMONE PER ECCELLENZA
Siamo testimoni della speranza. Il testimone per eccellenza è Gesù. L'Apocalisse dice che Gesù è l'Amen, il testimone fedele e verace (cf Ap 1, 5). Amen significa appunto il sì, significa colui che aderisce, che dice che è così, colui che è totalmente, potremmo dire, una sola cosa con la verità che fa trasparire nella propria vita, quindi testimone fedele e verace.      
A chi Gesù rende testimonianza? Innanzi tutto a se stesso. La sua testimonianza è una testimonianza verace su se stesso perché Lui sa da dove viene e dove va; è testimone della verità, infatti nel dialogo con Pilato Egli dice: « Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità » (Gv 18, 37). Quello che Lui testimonia lo può testimoniare perché l’ha visto e l’ha udito.      
Nel dialogo con Nicodemo:  «Noi attestiamo quel che abbiamo visto» e Giovanni il Battista parlando di Gesù dice che testimonia ciò che ha visto e udito. Quindi è proprio per questo che Gesù può essere testimone, perché ha visto e udito e appunto S. Giovanni, alla fine del prologo ha questa espressione: «Dio nessuno lo ha mai visto tranne il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, Lui ce lo ha rivelato » (Gv 1, 18). Dunque Gesù è testimone di questa realtà: Dio. Lui è testimone di Dio, testimone di questa realtà trascendente che va al di là delle capacità dell’uomo, che attrae l’uomo e che diventa come il futuro dell'uomo stesso, perché questa realtà di Dio chiama l’uomo ad una comunione con Lui.
S. Paolo nella prima lettera a Timoteo dice: « Gesù ha reso la sua buona testimonianza davanti a Pilato » (1 Tim 6, 13) e dice anche che questa testimonianza l’ha resa proprio donando la sua vita per la salvezza di tutti.
Attraverso la sua morte e resurrezione Gesù testimonia quindi la realtà di un amore infinito, dell’amore infinito di Dio che « ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio » (Gv 3, 16), e dell’amore infinito del Figlio il quale ha un amore così grande da dare la vita per i propri amici (cf Gv 15, 13).     
Questo amore di Dio infinito, eterno, da sempre rivolto verso l'uomo, è presente nella storia dell'umanità intera e di ogni uomo; questo amore potrà essere però rivelato nella sua pienezza all’uomo stesso alla fine dei tempi quando l'uomo potrà godere nella pienezza di questo amore, di questo dialogo di amore. 
Giannino Piana in un articolo sul « Dizionario di spiritualità » dice: « In tutta la sua esistenza Cristo è avvenimento escatologico, porta in se stesso la tensione verso il futuro assoluto, Dio, ma è soprattutto il mistero pasquale a rivelare pienamente il significato escatologico della sua esistenza, la morte di Cristo e il compimento del suo darsi definitivo al Padre e, potremmo dire, agli uomini, in questo atto di esodo da se stesso e di fiducia in Dio che lo poteva salvare dalla morte; il tempo di Cristo giunge alla sua suprema tensione di comunione, di vita con Dio Padre » (pagg. 1509-10).


TESTIMONI Di GESU’     
Nel Vangelo di S. Giovanni ha un particolare risalto Giovanni il Battista, il testimone di Cristo. Già nel prologo, all'inizio del suo Vangelo, parla della testimonianza di Giovanni che gli rende testimonianza dicendo di aver visto lo Spirito scendere su di Lui. Rende testimonianza del fatto che Gesù è il Figlio di Dio e tutto questo logicamente in un atteggiamento di vera umiltà: Non sono io il Cristo; allora chi sei? il Profeta? Non sono io il profeta (cf Gv 1, 19-21). Questa umiltà, in un certo senso, è ancora più evidente nel terzo capitolo del Vangelo di Giovanni. Giovanni rende una testimonianza umile e gioiosa: «Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire » (Gv 3, 28-30).  
Soprattutto i Sinottici e gli Atti degli Apostoli ci parlano della testimonianza del cristiano, del discepolo.     
Il discepolo è testimone, soprattutto testimone della resurrezione di Cristo risorto e presente, Cristo che ormai non muore più ed è all'interno della comunità cristiana, e attraverso la comunità cristiana, attraverso il suo corpo è presente nella storia dell'umanità.
Testimoni della resurrezione; questo soprattutto lo si può cogliere nei discorsi di Pietro che ci sono riferiti da S. Luca negli Atti  degli Apostoli e si concludono quasi sempre così: «Dio lo ha risuscitato e noi ne siamo testimoni ». Significativo, in particolare è il  discorso fatto davanti a Cornelio, dove questa testimonianza viene  allargata non soltanto alla resurrezione, ma a tutta, potremmo dire,  la vita di Gesù (cf At 10, 1 ss.).      
La testimonianza riguarda tutto quello che Lui ha compiuto;  quando gli Apostoli scelgono uno che debba sostituire Giuda, scelgono uno che sia testimone di Gesù dal battesimo di Giovanni fino  alla sua resurrezione; e Giovanni inizia la sua lettera dicendo: «Ciò  che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo udito con le  nostre orecchie, che abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani  hanno piegato, ossia il Verbo della vita ... di ciò  rendiamo testimonianza... e vi annunziamo la vita eterna perché anche voi siate in  comunione con noi » (1 Gv 1-4).      
Certo la testimonianza cristiana è una testimonianza che va incontro a difficoltà, una testimonianza che diventa martirio, infatti  testimonianza in greco si dice martyrion. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo quello che dà valore  alla testimonianza. S. Matteo ci riferisce le parole dell'inizio del « Discorso della montagna », le Beatitudini, che si concludono così: «Sarete felici quando vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta  di male di voi per causa mia; rallegratevi ed esultate perché grande  è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5, 1 1). Per il discepolo testimone è proprio quello il segno più vero che la sua testimonianza è una testimonianza valida. 


PROFILO DEL TESTIMONE      
Qual è quindi il profilo del testimone?      
Leggo da un articolo di P. Grossi che è tratto dal « Dizionario  di teologia morale »: « Il testimone è colui che grida la sua propria  esperienza della resurrezione di Cristo; egli annunzia dei fatti realmente accaduti i quali sono entrati nella sua vita e le hanno dato un  orientamento nuovo, talmente nuovo che non riesce più a pensarsi  fuori di essi e proclama davanti agli altri l’evento Cristo come un  fatto importante perché interessa il destino umano. Il Cristo per il  testimone è l’unica persona nella quale gli uomini possono trovare  la salvezza, dunque il testimone è colui che penetra la realtà nella  sua totalità oltre le apparenze esterne, fino alle profondità più riposte » (p. 557).
La testimonianza fa penetrare nell’intima natura di Gesù Cristo, nel segreto del suo essere, nella realtà misteriosa della sua persona. Quando la parola articolata non riesce ad esprimere tutto si completa nel dono che impegna la vita intera. Il testimone è quindi questo.     
Ma perché il testimone annunzia questa realtà della resurrezione? Questa realtà del Cristo risorto e presente? Perché sa che la resurrezione non è un fatto del passato, ma è un fatto che, potremmo dire, è sempre presente e che segna anche il futuro dell’uomo nel senso che Cristo risorto, dice S. Paolo, è la primizia. Se Lui è risorto anche noi risorgeremo. Cristo, potremmo dire, è il primo frutto dell'albero della resurrezione, la primizia; noi saremo gli altri frutti, quindi quello che Lui è, saremo anche noi, anzi ci dice che anche noi già siamo partecipi della sua resurrezione, anche    noi siamo conrisorti con Cristo, anche noi portiamo dentro questa resurrezione, in germe sotto certi aspetti, ma già presente. Certo avremo questa pienezza poi, ma già ora abbiamo la resurrezione, anche se non ancora nella sua pienezza.     
Il testimone sa che il suo annunzio risponde alle attese più intime e vere dell’umanità intera e dell’uomo singolo. L’uomo comune sperimenta che vivere è sperare, il presente è mediazione tra il già e il non ancora, tra il passato e il futuro e chiaramente ognuno di noi costruisce il proprio futuro sulla base del proprio passato.


SPERANZA DI CHE COSA?    .
Parliamo di speranza, ma speranza di che cosa? Ognuno di  noi ha tante speranze o tanta speranza, tanti desideri, speranza di  beni sempre maggiori, una speranza che arriva persino a trascendere  le proprie possibilità; ci accorgiamo che ciò che speriamo non possiamo ottenerlo con le nostre energie, con le nostre forze e quindi  è una speranza che non sarà mai appagata; ecco quindi l’annunzio  del testimone che dice che la speranza dell’uomo è una speranza che  trova un suo futuro, non una speranza che sarà disperata perché è  un’utopia mai raggiungibile; l'utopia diventa invece realtà per il  cristiano. Utopia significa una cosa che non ha un posto, è vero.  Ciò che il cristiano spera non ha un posto attualmente perché è al  di fuori dello spazio e del tempo; è al di fuori dello spazio e del  tempo che il cristiano incontrerà la pienezza della comunione con  Dio e quindi la pienezza della gioia, ma l’incontrerà e quindi l’utopia diventerà realtà.      
Domenico Mongillo ci dice comunque questo: « la speranza  umana è essenzialmente legata a chi la rende possibile, suppone la  fiducia in colui che può rendere possibile questa speranza e questa  è tanto più sicura quanto più si radica nella fedeltà dell’amico ».      
E’ per questo che le speranze umane sono insicure. La speranza  è la risultante dell’amicizia nel senso più rigoroso del termine; solo  gli amici sperano, solo dove c'è l’amicizia c’è speranza. Chi è completamente solo è disperato.
La capacità di sperare suppone la liberazione della capacità dell’amicizia; il futuro è solo timore quando è vuoto di amicizia e il  presente, per colui che è pieno solo di se stesso, non ha prospettive.  In questo senso sperare non è illusorio, protendersi in aspettazione,  ma è amicizia vissuta nel rigore delle sue esigenze, è impegno di  azione. Sperare quindi richiede apertura all’amicizia, impegno in questa amicizia; richiede anche dono di amicizia e accoglienza di amicizia.      
Il testimone della speranza è colui che testimonia questa amicizia di Dio; colui che testimonia proprio un’amicizia fedele e a tutta  prova di Dio stesso. Certo testimone della speranza è uno che esercita, potremmo dire, la vigilanza; la speranza è vigilante; vigilanza  significa essere attenti, stare attenti, come la sentinella che sulla torre  sta attenta. Gesù parla veramente di attenzione alla presenza di Lui,  alla sua venuta; ma i Vangeli ci dicono che Gesù è venuto, è presente; testimonianza della speranza è proprio una testimonianza vigilante, attenta alla presenza di Gesù.

TESTIMONE DI CHI?     
Ma come è presente Lui? E’ presente in vari modi e quindi questa vigilanza, attesa, attenzione ad una presenza, dovrebbe esprimersi proprio nell’attenzione innanzi tutto alla Parola; Lui è presente attraverso la sua Parola, è presente nel mondo, è presente nella nostra vita, nella Parola che è stata seminata in noi. Il testimone della speranza è quindi attento a questa presenza della Parola, accogliendo la Parola, meditando la Parola, come Maria, cercando di essere segno vivo di questa Parola, non ascoltatore dimentico della Parola, ma ascoltatore che mette in pratica la Parola.      
Il testimone è testimone di questa attenzione alla presenza del Signore, attenzione a Cristo che è presente anche dentro di sé. Il testimone è testimone di una presenza del Cristo presente dentro, anzi dovrebbe diventare trasparenza di questa presenza; e testimonia la presenza di Cristo attraverso questa sua vita vissuta proprio con questo desiderio costante di vivere in una comunione sempre più perfetta con Lui, sempre più profonda con Lui, in una fame e sete di Lui. Ricordate S. Paolo: « Desidero ardentemente persino morire  per essere con Cristo». Ecco questo desiderio che diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita, che va al di là della vita  stessa, anzi quasi può sembrare una porta chiusa  da aprire per potere aprirsi a questo splendore di comunione con Lui.


TESTIMONE, MA PER CHI?      
Testimone per chi, nel profondo, conserva rabbia nei confronti  della società che vede ostile. A lui il testimone deve infondere speranza mostrando, insieme all’annunzio della presenza del Signore che  ama, fiducia e donando fiducia affidando qualcosa, affidando compiti.      
A chi è pieno di paure, di ansie e quindi non vuole muoversi,  aprirsi, magari perché ha avuto esperienze negative, a chi ha la cosiddetta sindrome del torcicollo perché guarda sempre indietro e ha  paura del suo passato, non riesce a lasciare il proprio passato e quindi  andare liberamente verso il futuro, a chi riflette tanto, tanto da non  muoversi mai (c’è un proverbio che dice: quelli che riflettono troppo  prima di fare un passo, trascorreranno tutta la vita su di un piede  solo), a questi il testimone della speranza cerca di infondere certezza, risolutezza creativa, coraggiosa, indicando modi concreti e validi di servizio, cercando di inserire in una realtà di servizio, facendo  comprendere che la vita vale se donata, la vita vale non se riceviamo, ma se diamo, dando come esempio quella del Cristo che ha  donato la sua vita e quindi spingendoci verso un futuro di amore e di  servizio. A chi è sfiduciato, impaziente perché ciò che desidera tarda  a realizzarsi, deve infondere senso di abbandono in Lui, in Cristo.      
A chi è disorientato, il testimone della speranza indica non cos'è  la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo e lo indica  logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo. Molti  giovani purtroppo continuano a non avere senso della propria vita  perché non hanno trovato in noi questo orientamento preciso, chiaro  nei confronti e verso Cristo.      
Testimone della speranza è colui che, attraverso la propria vita,  cerca di lasciar trasparire la presenza di Colui che è la sua speranza,  la speranza in assoluto in un amore che cerca l’unione definitiva con  l’amato e intanto gli manifesta questo amore nel servizio a Lui, visto  presente nella Parola e nel Sacramento, nella comunità e in ogni  singolo uomo, specialmente nel più povero, finché si compia per  tutti il suo Regno e Lui sia tutto in tutti; manifesta insomma quel  desiderio ardente di un amore che ha fame della presenza del Signore.
------------------------------------------------------------------- 
TESTO DELLA STESSA RELAZIONE TRATTA DALLA TRASCRIZIONE DI UNA AUDIOCASSETTA CON IN PIU'ALCUNI EPISODI BIOGRAFICI RACCONTATI DA PADRE PUGLISI


 «Dovevo fare una relazione “Testimoni della speranza”. Guardando il programma, mi sono chiesto: Che cosa dovrò fare? Dovrò parlare della testimonianza, della speranza? Di uno impegnato nella pastorale vocazionale, oppure parlare in generale della testimonianza e della speranza, della testimonianza della speranza?
Io non so cosa riuscirò a dire e a fare, anche perché non sono generalmente nei vostri convegni. Ecco perché mi sono sorpreso, ho avuto anche paura di fronte a questo impegno. Non sono un biblista, non sono un teologo, un sociologo, sono uno che ha cercato solo di lavorare per il regno di Dio. E’ forse qui c’è il discorso della speranza, della testimonianza della speranza. Tuttavia cercherò di dire altre cose che sono state per me motivo di riflessione e quindi possono essere motivo di riflessione anche per voi».
Siamo testimoni della speranza innanzitutto. Il testimone per eccellenza è Gesù. L'Apocalisse dice che Gesù è il testimone fedele, l’Amen. E’ testimone fedele e verace. Amen significa appunto il sì, amen significa colui che aderisce, che dice che è così, colui che è totalmente, potremmo dire, una sola cosa con la verità, la verità che fa proferire questa verità, quindi testimone fedele e verace.
A chi Gesù rende testimonianza?  Gesù è testimone fedele e verace innanzi tutto a se stesso. In un dialogo, potremo dire dibattito, con i Giudei ha questa espressione (Gv. 8, 14-18).
La sua testimonianza è una testimonianza verace sicura anche su se stesso; intanto Lui sa da dove viene e dove va; è testimone della verità, infatti nel dialogo con Pilato dice: « Per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». Quello che Lui testimonia lo può testimoniare perché ha visto e ha udito. Nel dialogo con Nicodemo: «Noi attestiamo quel che abbiamo visto».
 Giovanni il Battista parlando di Gesù dice che testimonia ciò che ha visto e udito. Quindi è proprio questo il motivo per cui  Gesù deve essere testimone, perché ha visto e udito. E appunto S. Giovanni, alla fine del prologo ha questa espressione. Dunque Gesù è testimone di questa realtà: Dio. Lui è testimone di Dio. Dio nessuno lo ha mai visto e il Figlio unigenito che è nel seno del Padre lo vide. Testimone di questa realtà trascendente  che va cioè al di là della capacità, delle possibilità dell’uomo, di una realtà trascendente che può ottenere l’uomo e che diventa il futuro dell’uomo stesso, perché questa realtà di Dio… che chiama l’uomo a una comunione con Lui… e attraverso la sua morte e risurrezione…
S. Paolo nella prima lettera a Timoteo dice: « Gesù ha reso la sua buona testimonianza dinanzi a Pilato » (1 Tim 6, 13) e dice anche che questa testimonianza l’ha resa proprio donando la sua vita per la salvezza di tutti.
Attraverso la sua morte e risurrezione testimonia questa realtà dell’amore infinito di Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio » (Gv 3, 16), il quale ha un amore così grande da dare la vita per i suoi amici.      
Questo amore di Dio infinito, eterno, da sempre rivolto verso l'uomo, è presente nella storia dell'umanità intera e di ogni uomo; questo amore però potrà essere rivelato nella sua pienezza all’uomo stesso alla fine dei tempi quando l'uomo potrà godere nella pienezza di questo amore, di questo dialogo di amore. 
Giannino Piana in un articolo nel «Dizionario di spiritualità» dice così: «In tutta la sua esistenza Cristo è avvenimento escatologico per eccellenza, porta in se stesso la tensione verso il futuro assoluto, Dio, ma è soprattutto il mistero pasquale a rivelare pienamente il significato escatologico della sua esistenza, la morte di Cristo e il compimento del suo darsi definitivo al Padre e, potremmo dire, agli uomini, in questo atto di esodo da se stesso e di fiducia in Dio che lo poteva salvare dalla morte; il tempo di Cristo giunge alla sua suprema tensione di comunione, di vita con Dio Padre » (pagg. 1509-10).
            E’ Gesù il testimone. [Tra i] testimoni di Gesù nel vangelo di Giovanni ha un particolare risalto il Giovanni Battista: è il testimone di Cristo. Giovanni all’inizio del suo vangelo parla della testimonianza di Giovanni (prologo del vangelo di Giovanni).
Giovanni quindi rende testimonianza di aver visto lo Spirito scendere su di Lui, rende testimonianza del fatto che Gesù è il Figlio di Dio. E tutto questo in un atteggiamento di vera umiltà: Non sono io il Cristo; e allora chi sei? il Profeta? Non sono io il profeta (cf Gv 1, 19-21). L’umiltà è ancora più evidente nel terzo capitolo del Vangelo di Giovanni. Ecco la testimonianza di Giovanni, è la testimonianza umile e gioiosa: E’ necessario che Lui cresca e io diminuisca; la gioia della sua ; la gioia dello sposo che gioisce della presenza  della sposa. Ecco la testimonianza di Giovanni è una testimonianza gioiosa: lui testimonia questa gioia della presenza del Signore, del Figlio di Dio.
Soprattutto i Sinottici e poi anche gli Atti degli Apostoli ci parlano della testimonianza del discepolo. Il discepolo è testimone, soprattutto testimone della risurrezione, testimone della crocifissione, testimone della resurrezione di Cristo di Cristo risorto e quindi presente, Cristo che ormai non muore più, che è all’interno della comunità cristiana, e attraverso la comunità cristiana è presente nell’umanità.
Testimoni della resurrezione; questo si può cogliere soprattutto nei discorsi di Pietro che ci sono riferiti da S. Luca negli Atti  degli Apostoli e si concludono sempre così: «Dio lo ha risuscitato e noi ne siamo testimoni ». Significativo, in particolare, è il fatto del discorso davanti a Cornelio, dove questa testimonianza viene  allargata  a tutta la vita di Gesù (cf At 10, 1 ss.).      
La testimonianza riguarda tutto quello che Lui ha compiuto e quando gli Apostoli scelgono uno che debba sostituire Giuda, dicono uno che sia testimone di Gesù dal battesimo di Giovanni fino  alla sua resurrezione. Giovanni dà inizio alla prima lettera dicendo: Ciò  che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo udito con le  nostre orecchie… ciò che le nostre mani  hanno palpato… questo  annunziamo anche a voi questo lo annunziamo affinché la vostra gioia sia piena. Una gioia che proviene dall’annunzio della gioia, che mette in comunione perché noi siamo in comunione con voi [incomprensibile] una gioia che proviene da questo annunzio che crea comunione, la comunione all’interno della comunità stessa
Certo questa testimonianza cristiana è una testimonianza che va incontro a difficoltà, ma una testimonianza che viene anche col martirio...Quindi dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore  alla testimonianza. Proprio oggi celebriamo la festa di S. Bartolomeo, un apostolo che ha testimoniato con il proprio sangue il Cristo.
Avevo deciso di non parlare a voi di Dio Padre perché la parola “padre” può rievocare alla memoria delle esperienze non tutte positive. Allora vi ho parlato di un Gesù amico, di un Gesù compagno di viaggio che si carica delle sofferenze dell’uomo e che prende su di sé la croce di ogni uomo. Al di là della croce, del Venerdì Santo c’è la pasqua. A chi è ripiegato su se stesso il testimone deve dare testimonianza di apertura, di apertura all’amicizia, all’amore che donando amicizia è sostegno
Non so se conoscete un libro, Un minuto di saggezza, che racconta aneddoti. Tra l’altro dice così: un maestro si trovava in una stanza dove c’erano altri discepoli e continuava a sfregare un mattone sull'altro. 
A un certo punto un discepolo gli dice:
Ma quando la smetti di fare questo gran rumore infernale?
Cosa stai facendo? - gli dice il maestro. 
Sto cercando di  riflettere, e tu mi disturbi. 
Ma su che cosa rifletti? 
Sto cercando di riflettere sulla stanza, e tu cosa stai facendo? 
Io sto cercando di far sì che questo mattone diventi uno specchio.
In sostanza il maestro vedeva che il discepolo era concentrato su se stesso e quindi non s’apriva alla realtà che gli stava attorno. E quindi il maestro deve cercare di stimolare con le maniere forti, con le maniere dolci, verso un’apertura, verso l’amicizia. Logicamente come? L’amicizia che diventa guida discreta.
Guida di chi è pieno di paure e di ansie e quindi non vuole muoversi, non vuole aprirsi perché magari ha avuto delle esperienze negative perché ha la cosiddetta sindrome del torcicollo perché guarda sempre dietro ed ha paura del suo passato e non riesce  a lasciare il proprio passato e quindi andare liberamente verso il futuro. A chi riflette tanto, tanto, tanto da non muoversi mai c’è un proverbio che così dice: quelli che riflettono troppo prima di fare un passo trascorreranno tutta la vita su di un piede solo. 
A questi il testimone della speranza cerca di infondere risolutezza, certezza, risolutezza creativa, coraggiosa, quindi dando modi concreti e validi di servizio. Inserirlo in una realtà di servizio per comprendere che la vita è valida se donata.
La vita vale non se riceviamo, ma se diamo, dando come esempio Cristo che ha donato la sua vita e quindi spingendo verso un futuro di amore e di servizio.
A chi è sfiduciato, a chi è impaziente perché ciò che desidera vada  a realizzarsi deve effondergli un senso di abbandono in Lui, in Cristo. 
Tante volte i giovani hanno frenesie: riconoscere qual è il proprio futuro, riconoscere che cosa dovrò fare, dove andare, magari cercano senza avere il senso della vita interiore. E’ il contrario di quello di poco fa: la mancanza di risolutezza. Questa invece è frenesia. Fa agire, agire, agire e sempre cercare e non avere pace.
Vi capita qualche volta di avere questa esperienza di perdere qualche cosa? Se la cercate con ansia, con frenesia non riuscite a trovarla. Se invece prima di tutto vi date una iniezione di calma, vi sedete, e cercate di dire: se mi arrabbio non concludo niente, se cercherò di calmarmi può darsi che riuscirò. Sono in ritardo su quello che devo fare… però, poniamo, se cerco le chiavi della macchina… non ci arriverò mai se non mi calmo, non le troverò. Se invece mi calmo può darsi che perderò 5 o 10 minuti, ma le troverò.
Così è la propria vita. Cercare di mantenersi calmi di fronte alle difficoltà, di fronte al futuro che non viene perché resta ancora futuro. Certo, abbandonati in Lui, in Cristo. a volte l’impazienza può essere… per esempio, noi preghiamo per la persona cara, preghiamo per il nostro rinnovamento e non ci riesce, preghiamo e non vediamo i frutti della nostra preghiera. I tempi nostri non sono i tempi di Dio.
Pensate che, parlavo non so con chi di questo…, Gesù si è permesso il lusso di pregare 40 giorni, prima di cominciare ad annunziare la parola di salvezza; 40 giorni non sono pochi dopo più di due anni di vita pubblica e trenta anni di vita nascosta. Non ha avuto impazienza, frenesia. Ha avuto questo senso totale di abbandono nelle mani del Padre, fino alla fine, quando ha detto: «Padre, nelle tue mani affido la mia vita».
A chi è sfiduciato per le sue cadute deve dare quel senso di speranza che  aiuti ad accettare lo scacco, nella fiducia di un Dio misericordioso, che ha un amore che è pieno di tenerezza. Ma il Cristo dice: non sono venuto per condannare, non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori e li difende.
A chi è preso dall’odio e da un desiderio di vendetta il testimone della speranza dovrà far provare il perdono di Dio verso tutti e dovrà cercare di promuovere il senso di comunione di apertura al perdono. Sarà proprio questo amore, questo perdono che darà la gioia perché l’odio non può dare gioia, non può appagare il cuore dell’uomo.
Celebrazione a Godrano nel luglio del 1972

Non posso dimenticare una esperienza di Godrano. Prima di essere impegnato nella pastorale vocazionale a livello diocesano e poi regionale, sono stato parroco in un paesino di montagna. Ero uno dei parroci più “altolocati” della diocesi di Palermo, perché era un paesino posto a 750 mt sul livello del mareQualche anno prima in quel paesino di mille abitanti c’erano stati 15 omicidi. Nella carneficina delle varie vendette erano state uccise persone che non c’entravano assolutamente. Certe volte, se, per esempio, il designato ero io, uccidevano anche l’altro che mi stava accanto, altrimenti avrebbe potuto parlare.
Facevamo i cenacoli [del vangelo] presso le famiglie. Prima, faticosamente. Andavo presso le famiglie e dicevo che in avvento, in quaresima o in altro periodo saremmo andati nelle case, se lo avessero desiderato, per leggere e comunicare il vangelo. Mi rispondevano: «Beh! arciprete, se lo dice lei, lo facciamo, pazienza!». Lo facevano per farmi un favore. 
E quindi  incominciavamo ad annunziare il vangelo. Si parlava di pace, di unione, di fraternità. Erano questi i temi ricorrenti. Anche padre Rivilli era venuto. Poi incominciarono alcune famiglie a dire: «Ma, due volte l’anno è troppo poco, facciamo una volta al mese». E poi ogni 15 giorni presso alcune famiglie che si erano aperte all’ascolto del vangelo.
Una signora viene un giorno a mi dice: «Padre, le cose sono due, io non ce la faccio più: se non faccio pace con la madre dell’uccisore di mio figlio non si fa più il cenacolo a casa mia». Dico: «Allora facciamo pace». «Ma come faccio» mi risponde la signore. Dico: «Lei continui a fare i cenacoli, vedrà che il Signore le darà l’occasione». Le strade d’allora non erano strade asfaltate o lisce. Fatte con l’acciottolato ed in questo caso era una fortuna. 
La madre dell’uccisore che era pure colpevole perché aveva sollecitato la vendetta, scivolò e cadde davanti la casa di questa signora che voleva rinunciare al cenacolo. Allora questa corre, la prende in braccio e fanno la pace, nonostante le critiche della gente che disse: «Perché? Non le brucia più il figlio?», quasi che avesse dimenticato il figlio morto. La madre dell’ucciso era felice. Era testimone della speranza. Dove c’è un pensiero di vendetta deve portare questa parola che libera, che dà gioia, questa gioia che è capace di amare, di perdonare.
A chi chiede giustizia nella nostra società… quante ingiustizie! Ci sono tante persone che subiscono ingiustizie! Talvolta l’ingiustizia subita è quasi irreparabile. Che cosa dire? Certo, è difficile, ma è necessario preservare il messaggio della speranza che passa attraverso il messaggio della croce.
Moltmann è stato il teologo che ha risollevato il tema della speranza all’interno delle comunità cristiane, dice così: La croce di Cristo è il segno della speranza di Dio sulla terra per tutti coloro che qui vivono all’ombra della croce. La teologia della speranza nel suo nucleo più profondo è la teologia della croce. La croce di Cristo è la forma attualmente presente del segno di Dio sulla terra. Il Cristo crocifisso ci fa guardare il futuro di Dio.
E quindi avere il coraggio anche di presentare il Cristo crocifisso che per noi è speranza , speranza di salvezza, speranza di gioia, speranza di liberazione. Certo, come coloro che danno l’amore sono testimoni di questa speranza, il crocifisso testimonierà attraverso la sua croce l’amore infinito suo e del Padre.
Testimoni della speranza siamo noi nei confronti di coloro che hanno subito ingiustizia, e ciò mostra la nostra fame e sete, il nostro desiderio ardente di ciò che è giusto dinanzi a Dio, cercando di rimboccarci le maniche e metterci a servizio. Quanti giovani durante la mia vita presbiterale ho incontrato, decine di migliaia, essendo stato per 21 anni insegnante di religione delle scuole, specialmente delle scuole medie superiori. anche attraverso gli incontri con i gruppi giovanili, anche per le mie occupazioni al Centro diocesano e regionale delle vocazioni: quanti giovani e tanti senza senso per la propria vita.
Che cos’è la speranza? Ma chi è la speranza? La speranza è Cristo.  Una vita orientata verso di Lui, verso Cristo.
Purtroppo molte volte noti che i giovani continuano a non avere senso della propria vita, perché non hanno trovato in noi questo orientamento chiaro e preciso nei confronti e verso Cristo.

Di questa ultima esperienza… l’ambiente di Brancaccio che ha una situazione eterogenea  anche per quello che avete sentito dire, che è un ambiente di mafia… potremmo dire che per quella presenza che ha lì è il male minore. C’è tanta povertà, c’è tanta indifferenza. C’è poi una zona in cui ci sono 150 famiglie provenienti da centro storico di Palermo. Abitavano nelle case che sono state demolite, case fatiscenti che stavano cadendo. Il Comune le ha dovute sgombrare e agli abitanti sono state assegnate le case di due palazzi e mezzo requisite dal Comune, contenuti nella parrocchia. E lì c’è tutto: ci sono tanti bambini che vivono in mezzo alla strada imparando soltanto il male…
 Un bambino dovrebbe fare la prima comunione ad ottobre e dice alla catechista: 
«Ma io non la posso fare la prima comunione altrimenti come ci torno a casa?» 
«Ma perché?» 
«Perché quando faccio la prima comunione non posso rubare più. Ma se io non porto niente a casa ogni giorno mia madre mi picchia e mi manda fuori di casa». 
E non è il solo! Bambini costretti a lavorare e  bambini costretti a rubare, e le bambine costrette anche a fare qualcosa d’altro, cosa rispondere a tutto questo? (...)

-------------------------------------------------------------
Si ringrazia l'Archivio Don Puglisi di via Bonello a Palermo, coordinato da Agostina Aiello.

Nessun commento:

Posta un commento