martedì 13 gennaio 2015

PADRE PUGLISI SPIEGA LE BEATITUDINI/2 - BEATI I PURI DI CUORE



Il sorriso di padre Puglisi nella sua foto più famosa, tratta dalle immagini
scattate alla cresima di un amico



di Francesco Deliziosi
Introduzione
Nel primo post abbiamo descritto l’iniziativa dei campi scuola e il clima di raccoglimento e di compartecipazione che padre Pino Puglisi riusciva a creare per i suoi ragazzi impegnati in queste iniziative estive degli anni Ottanta. Dopo aver esaminato l’inizio del testo di Matteo e la beatitudine dei “poveri in spirito”, il sacerdote proseguiva con i “puri di cuore”.

La prima considerazione da fare è che Puglisi insegnava le beatitudini per prima cosa con la sua vita. Le tre virtù, povertà, umiltà e purezza, sono in perfetta simbiosi; si integrano vicendevolmente e rappresentano i simboli stessi della sua attività di evangelizzatore ed educatore.
Agli occhi dei ragazzi egli era non solo credente ma credibile: era ben nota, intanto (anche se lui non la sbandierava), la sua scelta di povertà, evidente già dal modo di vestire. Non si trattava soltanto di un distacco, ma di saper vivere in modo francescano dello stretto necessario, di contentarsi del poco e di condividere quel poco con i più bisognosi.  La povertà è anche una indicazione ben precisa di lontananza dal potere: si è poveri perché non si fa affidamento sul potere personale di un “padrino” ma solo sull’amore del Padre. E questa virtù, questo atteggiamento di non frequentazione del potere, è riportata direttamente alle scelte di Gesù (per leggere il post sulla povertà di padre Pino cliccate qui ).
Rientrano poi nella sua spiritualità, radicata nella semplicità e nell’umiltà, i suoi silenzi per ascoltare. E il fatto che, nella sua opera formativa, egli in realtà scompare. Tace per dare spazio al suo interlocutore, aiutarlo come un’ostetrica a partorire il suo dolore, i motivi dell’angoscia adolescenziale ed esistenziale. Scompare, padre Puglisi, per dare infine spazio alla Parola, di cui è amorevolmente e fedelmente vivo strumento e servo.
Quanto alla purezza, di mente e di cuore, è osservazione comune di tutti coloro che l’hanno conosciuto che fosse l’ispirazione esplicita del suo sorriso e dei suoi occhi. 

Dei puri di cuore, infatti, padre Puglisi sottolinea lo sguardo limpido, il comportamento senza doppiezze, la sincerità che porta alla gioia. Insieme con le considerazioni svolte sulla prima beatitudine, il sacerdote forma in questa relazione le basi di una visione del mondo ben precisa, fondata sull’amore e la non violenza. Un credo missionario e apostolico.
Qui c’è già il padre Puglisi della Brancaccio violenta, che darà la vita per la “liberazione” dei perseguitati, deboli e indifesi, pur di proporre loro un’alternativa allo “stigma” della mafia.
Gli striscioni di protesta davanti alla chiesa di San Gaetano a Brancaccio
affissi subito dopo il delitto del 15 settembre 1993

IL TESTO DI PADRE PUGLISI
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8). La purezza di cuore non è solo castità» spiegava 3P. «Per gli Ebrei il cuore era la sede dell’intelligenza, del pensiero, quindi anche la sede delle scelte, del bene e del male. Purezza di cuore quindi significa avere pensieri retti, agire di conseguenza, vivere nella coerenza con questi pensieri retti. Il puro di cuore è colui che pensa secondo Dio, secondo verità, che ha sede e origine in Dio, ed agisce secondo questa verità».
  «È così che si raggiunge la vera libertà, quando sappiamo quale è la verità. Questa è una condizione importante. Bisogna amare la verità per poterla realizzare. Il puro di cuore è colui che ha un comportamento senza doppiezze; colui che è semplice e sincero dice e fa la verità. Chi è sincero è già nella gioia e potremmo dire che i suoi occhi sono limpidi. La limpidezza d’animo si proietta anche nella visione di Dio; è capace di vedere Dio e la verità; possiede ed esercita in modo eccellente la sincerità. Ecco il senso delle due beatitudini. Esse non sono soltanto in funzione personale ma anche in funzione degli altri. Se si è sinceri con se stessi e con Dio lo si deve essere anche con gli altri».

«L’esempio vivo della pratica di queste due beatitudini lo riscontriamo nella persona di Gesù. Egli è stato povero, cioè non si è lasciato condizionare mai dalla ricchezza, dal potere e dai beni della terra. Quando qualcuno gli diceva, quasi pensando di dover trovare con Lui il benessere: “Io ti seguirò dovunque andrai”, Lui ebbe a dire: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 19-20). Nell’antichità i maestri erano benestanti perché si facevano pagare molto bene, essi vivevano di questo. Gesù invece non si faceva pagare dai suoi discepoli, l’annuncio della Parola era un dono gratuito.
Gesù era povero perché non si appoggiava ai potenti e non aveva potere personale. I potenti lo osteggiavano, ma nonostante questo Gesù non cercava di blandirli e neppure faceva loro “un’incensata”. La povertà di Gesù la troviamo soprattutto nella sua croce. Quando sta per morire quello che gli resta è solo un senso di fiducia nel Padre e come un povero si affida a lui: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46)».

Gesù è puro di cuore; ha uno sguardo limpido; è retto; non si lascia condizionare nelle sue espressioni da niente e da nessuno, neanche dai familiari. Egli è sincero anche con gli amici, che gli vorrebbero far modificare i pensieri e le azioni. Egli dice pane al pane, vino al vino. Quando Pietro dice a Gesù: “No, questo non ti avverrà mai, mai lo permetteremo”, Egli risponde dicendo: “Via da me, Satana, perché tu non ragioni secondo Dio ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). Egli è veritiero anche quando la verità può far male e può ferire; è sincero in tutto. Gesù è retto, tutto quello che lui ha insegnato, cioè i suoi pensieri, li mette in pratica. Quello che dice agli altri prima lo ha fatto Lui. San Pietro in suo discorso infatti dice: “Cominciò a fare e a insegnare” (At.1,1)».

DOMANDE PER LA RIFLESSIONE (anche queste erano preparate da padre Puglisi per i campi)
1)      E’ possibile oggi vivere queste due beatitudini? Come?
2)      Conosciamo delle persone viventi o recentemente scomparse che le hanno vissute?
3)      Soprattutto, che senso può avere per me, nella mia vita personale, la fiducia in Dio? Che senso ha la rettitudine?

(2-continua)

Si ringrazia l’Archivio Don Puglisi di via Bonello a Palermo coordinato da Agostina Aiello. Una preghiera, un grazie e un ricordo affettuoso per mons. Francesco Pizzo che subito dopo l’omicidio dell’amico Pino (col quale aveva condiviso gli anni pionieristici del Centro Vocazioni) si dedicò alla raccolta e allo studio di queste relazioni dei campi scuola.


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