domenica 14 dicembre 2014

PADRE PUGLISI E I CARCERATI/ UNA LETTERA DI NATALE AI DETENUTI DELL’UCCIARDONE



di Francesco Deliziosi

“Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Una frase pronunciata da Gesù nel capitolo 25 di Matteo, nel quale vengono enunciate una serie di azioni generose e gratuite degli uomini giusti. I quali hanno saputo donare e donarsi. E - attraverso il bene oscuro compiuto nei confronti dei sofferenti e dei bisognosi - hanno alleviato le piaghe di Cristo stesso.
In questo post vedremo come padre Pino Puglisi - a Brancaccio dall’ottobre 1990 al 15 settembre 1993, data della sua uccisione – abbia rivolto la sua attenzione e carità pastorale anche nei confronti di una categoria particolare tra i suoi parrocchiani, tra le pecorelle smarrite che gli erano state affidate: i detenuti.
Direttamente o attraverso i suoi più stretti collaboratori, padre Puglisi svolse un’intensa attività di contatto sia con gli abitanti di Brancaccio agli arresti domiciliari, sia con coloro che si trovavano nel carcere dell’Ucciardone, sia – soprattutto – con i ragazzini che finivano nel penitenziario minorile del Malaspina. Risultano lettere, visite, sostegno psicologico, colloqui con i magistrati. Il tutto in pieno spirito evangelico: “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. E si può osservare che Gesù non distingue tra carcerati innocenti o colpevoli ma mette l’accento sulla misericordia del giusto.
Ciò non vuol dire che padre Puglisi facesse di tutte le erbe un fascio. Seguiamo il suo ragionamento dai documenti che sono giunti fino a noi. Una prima interessante traccia arriva dalla registrazione in cui è contenuta la sua frase più famosa: in una riunione con i giovani aveva detto a chiare lettere: "Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare il quartiere. Questa è un'illusione che non possiamo permetterci. E' soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani, e cercare di smuovere le acque. In questa prospettiva ha senso anche premere sulle autorità amministrative perché facciano il loro dovere, tentare di coinvolgere il maggior numero di persone in una protesta per i diritti civili. Ma non dobbiamo illuderci: da soli non saremo noi a trasformare Brancaccio. Lo facciamo soltanto per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto".  
Un segno per fornire altri modelli. Su questo concetto padre Puglisi torna in un’altra relazione dopo che, insieme con alcuni collaboratori, aveva incontrato parenti dei detenuti di Brancaccio e aveva allacciato un dialogo anche con tossicodipendenti e pregiudicati oltre che con alcune donne imparentate con mafiosi di rango. Un compito difficilissimo, che lui stesso descrisse così: "Alle famiglie si può solo lanciare un messaggio, una corda per coloro che sono in una situazione drammatica, per tirarli fuori dalla palude in cui si trovano. Un esempio: si va in una casa dove un figlio è in carcere non perché drogato, ma per spaccio o i genitori sono agli arresti domiciliari per altri reati. Lì si può soltanto dire: siamo solidali con voi in questo momento di sofferenza, vi siamo vicini. Ma con uno stile, un approccio diverso, perché bisogna far capire che all'uscita dalla prigione non si può ricominciare daccapo, con le stesse attività malavitose di prima. Anche alle famiglie, però, si può dare un segno. Chi cerca il guadagno ad ogni costo, anche smerciando morte, può essere colpito dal vedere una suora, un volontario che vanno a trovarlo gratuitamente, per solidarietà umana e cristiana. Già questa visita è una controproposta".
La sua “controproposta”, oltre che con queste visite alle famiglie con arrestati ai domiciliari, si espresse anche con una lettera inviata ai detenuti del quartiere Brancaccio che si trovavano nel carcere dell’Ucciardone. Siamo alla vigilia del Natale del 1992. Ecco la lettera:
Cari amici del quartiere Brancaccio detenuti in questa casa circondariale, in occasione del Natale noi del centro di accoglienza Padre Nostro desideriamo farvi sapere che anche noi, oltre naturalmente ai vostri cari, rivolgiamo il nostro pensiero a voi e alla vostra condizione di spirito. Comprendiamo la vostra sofferenza. A Natale è forte il desiderio di stare insieme ai vostri cari. E' nostra intenzione, se ci sarà permesso e se lo vorrete, venirvi a trovare per portarvi una parola di conforto. E vorremmo che, quando sarete finalmente liberi, questo contatto continui nel centro di accoglienza, perché riteniamo che, incontrandoci e parlandoci, si possano creare le condizioni di spirito per vivere con quella serenità necessaria per affrontare in maniera diversa le difficoltà della vita. Serenità che porterebbe senz'altro la pace oltre che a voi, anche alle vostre famiglie. Buon Natale".
In questo bellissimo testo si trova tutta la delicatezza e la capacità di dialogo che animava padre Pino. Intanto la lettera si apre con un “Cari amici” che la dice lunga. In un momento come quello del Natale in cui la solitudine dietro le sbarre pesa sui cuori, il sacerdote dice “comprendiamo la vostra sofferenza”. Parlando non come un solo uomo ma a nome di tutti i volontari del centro Padre Nostro. Puglisi chiede la possibilità di “portare una parola di conforto”, senza disquisire se il detenuto abbia alle spalle reati da poco o delitti orrendi. Il comune obiettivo è “la pace”. Spicca anche la frase “quando sarete finalmente liberi”: liberi dal carcere, evidentemente, ma forse liberi anche da catene ben più pesanti, quelle della criminalità organizzata. La speranza del parroco è chiara: “Incontrandoci e parlandoci” forse si può intraprendere un cammino diverso e trovare “la serenità necessaria per affrontare in maniera diversa le difficoltà della vita”.
Se le porte della Chiesa di padre Puglisi erano sempre aperte anche per gli ex detenuti che volessero ascoltare “una parola di conforto”, la sua attenzione ancor più particolare era rivolta ai ragazzini. Perché “con loro siamo ancora in tempo”, ripeteva. In concreto – dopo una serie di contatti con i giudici minorili - suor Carolina (la prima direttrice del centro Padre Nostro) aveva ottenuto un permesso speciale per entrare nel carcere del Malaspina e incontrare i giovani reclusi. Nel quartiere non esisteva la scuola media e, subito dopo le elementari, molti ragazzini venivano reclutati dalla criminalità organizzata per furti, scippi, spaccio di droga. In una relazione al cardinale Pappalardo, - come vedremo - Puglisi parla esplicitamente di degrado morale e “anche di casi di prostituzione minorile”.
Era fiorente il racket delle scommesse sui combattimenti dei cani. E gli animali morenti venivano poi lasciati ai ragazzi che li torturavano e li finivano: una sorta di scuola della violenza. Non c’è da meravigliarsi che, dopo la strage in cui fu ucciso Giovanni Falcone, giovani in motorino cominciarono a scorrazzare per le vie di Brancaccio urlando “Viva la mafia” e “La mafia è forte e vince”.
Una traccia evidente del lavoro con i giudici minorili emerse  all’inaugurazione ufficiale del centro Padre Nostro (gennaio 1993, con la partecipazione del Cardinale Pappalardo). Tra lo stupore di tanti, fu invitato anche il magistrato Francesco Frisella Vella.
Suor Carolina Iavazzo

Di questa inaugurazione esiste un verbale redatto da suor Carolina in cui si legge: “Nel suo breve discorso Puglisi ringraziò nell’ordine «la Provvidenza per i doni elargiti», tutti quanti si erano «prodigati economicamente e con attività per la costituzione e il funzionamento del Centro», poi lo stesso arcivescovo per il suo appoggio determinante per l’attuazione di questa prima risposta sociale nel quartiere”. Durante la messa il cardinale Pappalardo ebbe «parole di affetto,» si legge ancora nel verbale di suor Carolina e «di incoraggiamento per la gente della parrocchia, di stimolo al bene e al rispetto delle persone».
Pappalardo e Puglisi concelebrano la messa nel giorno dell'inaugurazione del centro Padre Nostro

Per ricordare quel giorno, a sorpresa i volontari scoprirono una targa e 3P vide che avevano inserito nell’iscrizione anche il suo nome. Per la sua umiltà borbottò contrariato: «Lo dobbiamo togliere, lo dobbiamo togliere...», ma non volle rovinarsi la festa.
Il magistrato del Tribunale dei Minori Frisella Vella, davanti alla folla di Brancaccio abituata a guardare con estrema diffidenza gli uomini della legge, disse «di ammirare molto il lavoro del Centro e che non si sentiva solo quando trovava questi sostegni nella società. Anzi, chiese di non essere lasciato solo come spesso accade a tutti i giudici soltanto perché rappresentano lo Stato».
La storia simbolo dei ragazzi “sgarrupati” di quel periodo a Brancaccio è quella di Corrado. «Con i bambini - consigliava "3P" durante un incontro con i volontari - non si devono fare discorsi filosofici, bisogna invece aiutarli a capire la loro dignità umana, a dare un senso alla loro vita. E già a quell'età non è semplice, perché tanti bambini sono costretti a lavorare o a rubare. E tante bambine vengono costrette a fare di peggio, perché esistono nel quartiere anche casi di prostituzione minorile.
«Niente teorie psico-pedagogiche astratte, allora. Il bimbo di queste famiglie non può capirle. Capisce invece i gesti che si fanno, i momenti di gioco, di convivenza, vissuti con un nuovo stile rispetto a quelli che conosce a casa. Ecco, il bambino può cogliere modelli di comportamento anche guardando due volontari che si trattano con garbo e rispetto, due adulti che sono in sintonia. Il loro comportamento è già di per sé un segno.
«Questo dà ai bambini - aggiunse - una possibilità di vedere la vita in modo diverso, di verificare che ci sono regole da seguire, che non è giusto barare perché si perde la stima degli altri. Mentre in famiglia, nell'altro ambiente, chi bara, chi sa arrangiarsi, chi è piu' "furbo", ha piu' consenso. Per i giovani è molto importante poter contare sul consenso del gruppo, della società. E' quello che la mafia chiama "onorabilità". Per questo bisogna unirsi, dare appoggi esterni al bambino, solidarietà, farlo sentire partecipe di un gruppo alternativo a quello familiare».

Padre Pino non faceva colpe ai ragazzi, che vedeva plagiati dall'ambiente: «E' normale che un figlio impari il mestiere dal padre. Così se il padre ruba, al bambino viene subito insegnato come compiere piccoli furti, scippi e così via...». Ma anche "3P" a volte si sentì mancare le forze. Gli capitò quando appunto Corrado, uno dei ragazzi che stava frequentando il catechismo, lo incontrò e gli disse: "Padre Pino, non la posso fare la prima comunione!".
"E perché?"
"Perché oggi abbiamo studiato i comandamenti..."
"E allora?"
"Ce n'è uno che dice di non rubare. Ma se io non rubo, se la sera non porto a casa qualcosa, mio padre non mi fa entrare! Sono belle le cose che lei mi dice, ma io come faccio?".
 E di lì a poco anche per Corrado si aprirono le porte del carcere Malaspina.



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RIPRODUZIONE RISERVATA

Tutte le citazioni e i documenti sono tratti da F.Deliziosi, “Pino Puglisi – il prete che fece tremare la mafia con un sorriso” (Rizzoli – prefazione di don Luigi Ciotti).





3 commenti:

  1. Grande...Padre Puglisi, e unico...
    Giusy Cimino

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  2. o padre ,il tuo figlio gesù ha assunto la condizione del servo per liberare l'uomo dalla schiavitù del peccato concedi ai nostri fratelli prigionieri di gustare di nuovo il dono della libertà tu vedi i segreti dei cuori ,,tu solo conosci l'innocenza e puoi ridonare una vita nuova a chi ha provato l'amarezza della colpa ascolta la nostra preghiera per i fratelli carcerati E TU O MADRE MIA HAI SPERIMENTATOLE SOFFERENZE DI OGNI MAMMA CHE VEDE IL SUO FIGLIO CONDANNATO E CARCERATO MARIA ,,SII TU IL SOSTEGNO ,LA FORZA E IL CONFORTO DI QUANTI AVENDO SBAGLIATO SONO STATI INCARCERATI E DESDERANO RIMEDIARE AL MALE COMPIUTO '''''
    Maria Salvadore

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