venerdì 28 novembre 2014

PADRE PUGLISI E LA MORTE: "OCCORRE STARE SEMPRE PRONTI, SENZA AVERE PAURA"


Padre Puglisi porta la croce a Gerusalemme. Un viaggio a lungo desiderato e che riuscì a compiere nel 1985

Con quale spirito Padre Pino Puglisi affrontava gli ultimi giorni? Cosa pensava della morte e del sacrificio della vita? In questo post ripercorriamo i documenti disponibili e le occasioni in cui il sacerdote ha lasciato traccia di sue riflessioni su questi temi. Iniziamo subito dalle testimonianze sui giorni precedenti all'omicidio, per passare poi ad altri "fili rossi" che si trovano anche negli scritti giovanili. 


Il 13 settembre 1993, antivigilia dell'omicidio, al Centro diocesano vocazioni di via Matteo Bonello a Palermo don Puglisi incontrò un' amica, l'insegnante Enza Maria Mortellaro. Volle leggere e sottolineare un passo della liturgia delle ore di quel giorno. Era un brano scritto da San Giovanni Crisostomo prima di partire verso l'esilio e la morte: "Molti marosi e minacciose tempeste mi sovrastano, ma non ho paura di essere sommerso perché sono fondato sulla roccia. Cosa dovrei dunque temere? La morte? Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno. E se Cristo è con me, di chi avrò paura?...Dove sono io, là ci siete anche voi. Dove siete voi, ci sono anch'io...Anche se siamo distanti, siamo uniti dalla carità. Anzi, neppure la morte ci può separare". L'insegnante ricorda: "Don Puglisi era raggiante, luminoso. Mi disse che non dovevo essere triste. Ricordati sempre, aggiunse, che Lui è con te e ti vuole bene e anch'io te ne vorrò sempre". 
Il giorno dopo, il 14 settembre, è la festa dell'esaltazione della Croce. "3P" celebrò la messa a Boccadifalco, la borgata palermitana dove sorge la "Casa Madonna dell'accoglienza": un rifugio per le ragazze-madri che venivano seguite spiritualmente dal sacerdote. Con un giorno d'anticipo gli fecero gli auguri per il compleanno. Il Vangelo della giornata era un brano di Giovanni (3, 13-17): "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico figlio, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna...".
Il sacerdote era sotto l'incubo delle minacce ricevute. L' omelìa fu intensa e semplicissima, per essere compresa dalle giovani donne di Boccadifalco e puntò sul valore del sacrificio della propria vita con riferimenti alla Passione di Cristo: "Quando noi abbiamo paura o proviamo una sensazione intensa di calore, scattano le contrazioni sotto la pelle. Lì ci sono come delle borsette piene che si svuotano e fanno uscire il sudore. Ma quando la contrazione è piu' forte, perché la paura è diventata angoscia, tensione insopportabile, si rompono i capillari. Ecco perché si dice che Cristo sudò sangue...Sudò sangue per la paura umana del dolore. E sulla croce implorò il Padre di evitargli l'amaro calice, prima di unirsi al Suo volere. Tutto questo ci fa sentire ancora di piu' Gesu' vicino a noi, come un fratello. Da questo abbiamo conosciuto l'amore di Dio. Egli ha dato la sua vita per noi e anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli…". Queste frasi sono ricordate da Marcella Filippone, allora responsabile della Casa di Boccadifalco dove padre Puglisi lavorava dal 23 aprile dell'89, e da Cetty Tuzzolino, all'epoca ospite del centro. 
Oltre queste due testimonianze degli ultimi giorni, numerosi sono i passi degli scritti di don Pino in cui egli riflette sulla morte e sul martirio (gli originali sono custoditi nell'Archivio Puglisi di via Bonello a Palermo).
Puglisi subito dopo l'ordinazione in una celebrazione alla chiesa del SS.Salvatore di Corso dei Mille

Dal 9 al 12 luglio del '62 partecipò a un corso di esercizi spirituali a San Martino delle Scale, sulla collina che domina Palermo. In un quaderno annotava riflessioni sul corso. La mattina del 12 scriveva: "Se vogliamo diventare dei conquistatori, dei pescatori di anime, rientriamo in noi stessi e meditiamo gli insegnamenti, le direttive del nostro condottiero: Gesu'. Qui non sequitur me hambulat in tenebris. Il mondo, la carne, le passioni ci daranno l'infelicità, la morte; solo Cristo può darci la salvezza, è lui il Verbum salutis".
Povertà, umiltà, sacrificio erano le tre caratteristiche di Gesu' che lo colpivano: "Qui sequitur me habebit lumen vitae. Seguiamolo dunque - così continua l'appunto del giorno 12 - nel distacco (sottolineato nell'originale manoscritto) dalle ricchezze: il figlio dell'uomo non ha dove poggiare il capo; semplicità e povertà si addicono alla casa del sacerdote; con tanta miseria che c'è non può essere ricercato, ricco. Seguiamolo nell'umiliazione: humiliavit semetipsum...usque ad mortem.
Nel pomeriggio del 12 luglio (padre Pino riportava pure l'orario: 16,30-17) quell'usque ad mortem provocava un'altra riflessione dal sapore profetico: "Giova meditare spesso sulla morte, sul giudizio; dobbiamo tenerci sempre pronti a questo momento che faceva tremare anche i santi: Dio ci giudicherà anche delle parole oziose, di tutto, di tutto. Non orgasmo, disperazione, ma santo, salutare timore della morte. Tutta la vita una continua preparazione alla morte: dobbiamo farci santi - a tutti i costi - ma santi sul serio, non mediocri".

Poi c'è un foglio senza data, con una riflessione (quasi una poesia) scritta di suo pugno:
"Dio è il nostro fine
e noi siamo immersi nei nostri affari,
ce ne siam dimenticati e ci siamo
impelagati in questo povero mondo
senza tendere verso il cielo.
Il peccato quella nube densa e nera
che ci impedisce la vista di Dio
e noi ce ne siamo macchiati innumerevoli volte.
La morte è l'Alt alla nostra vita
che ci fa pensare alla preziosità
di ogni momento ed a come
dobbiamo essere sempre pronti a partire.
E noi abbiamo sprecato tanto tempo,
restando sempre all'inizio e magari
andando indietro.
Il giudizio ci pone dinanzi ad un bivio
Inferno o Paradiso".

Oltre agli scritti giovanili sull'argomento, già elencati, tra le sue carte c'è anche una traccia manoscritta per una relazione (cinque fogli, probabilmente una scaletta di una relazione, senza data ma riferibile alla metà degli anni Ottanta) che ha un inizio molto curioso: 
"Stasera debbo parlarvi della morte. - si legge - Non voglio con questo farvi spavento o parlarvi di teschi o di scheletri. No, voglio farvi pigliar coscienza dell'importanza del momento che passa. Nella "mentalità corrente", scriveva padre Pino, domina la superficialità: l'attenzione è presa da pubblicità, cinema, tv, rotocalchi, fotoromanzi, fumetti, notizie di scoperte, viaggi, turismo. Non c'è posto per un pensiero serio. La morte?! Tocco ferro...Alla notizia della morte di qualcuno diciamo: "Poveraccio, così giovane, così bello, intelligente, un avvenire così splendido! Pochi si domandano: "Ha ricevuto i sacramenti? Sarà morto in grazia di Dio?" E' questo l'essenziale: morire in grazia". Seguiva una citazione dal Vangelo di Matteo (17, 25-27): "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà la propria anima?"
E "3P" concludeva: "State pronti perché non sapete né il giorno, né l'ora. Ma anche se dovete morire tra cento anni, tale sarà la morte, quale è stata la vita. Perciò dobbiamo vivere in grazia. E' questo il segreto per non morire, per non aver paura della morte. Il segreto per saperla affrontare con coraggio, con gioia, anzi, è morire durante la vita. Mortificarsi, sapersi distaccare, cioè saper vivere tendendo verso il cielo. La morte è l'inizio di una nuova vita".
A proposito delle Beatitudini, nei campi scuola che organizzò durante gli anni Ottanta, "3P" aveva parlato delle "persecuzioni a causa della giustizia". E in una di quelle relazioni ricordò così padre Kolbe, che ad Auschwitz donò la sua vita: "Un altro esempio di questo rapporto di amore con Gesù e per l'umanità è Massimiliano Kolbe; era un francescano polacco che ha scambiato la vita con la salvezza di un altro prigioniero. Il suo era un amore che era al di sopra della sua stessa vita. Amava gli altri più della vita, come in un certo senso Gesù Cristo".
Mentre era parroco a Brancaccio - in un intervento intitolato "Testimoni della speranza" (La relazione fu scritta da Puglisi in occasione del 42° convegno nazionale della Presenza del Vangelo a Trento 22-28 agosto 1991 ed è pubblicata sul numero 5/91 del mensile del movimento) - padre Pino meditò esplicitamente sul significato del martirio: "Se vogliamo essere discepoli di Gesu', dobbiamo "diventare testimoni della resurrezione...Certo, la testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, diventa martirio e infatti testimonianza in greco si dice martyrion".
"Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza. San Matteo ci riferisce le parole dell'inizio del "Discorso della montagna", le Beatitudini, che si concludono così: "Sarete felici quando vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5,11). Per il discepolo testimone è proprio quello il segno piu' vero che la sua testimonianza è una testimonianza valida".
La relazione si concludeva con un pensiero per i giovani, uno per i poveri e un'autocritica per conto dei sacerdoti: "A chi è disorientato il testimone della speranza indica non cos'è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo e il testimone lo indica logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo. Molti giovani purtroppo continuano a non avere senso della propria vita perché non hanno trovato in noi questo orientamento preciso, chiaro nei confronti e verso di Cristo".

Le ultime righe sono una sorta di sintesi della sua esistenza: "Testimone della speranza è colui che, attraverso la propria vita, cerca di lasciar trasparire la presenza di Colui che è la sua speranza, la speranza - in assoluto - in un amore che cerca l'unione definitiva con l'amato. E intanto il testimone gli manifesta questo amore nel servizio a Lui, visto presente nella Parola e nel Sacramento, nella comunità e in ogni singolo uomo, specialmente nel piu' povero, finché si compia per tutti il suo Regno e Lui sia tutto in tutti. Il testimone manifesta, insomma, quel desiderio ardente di un amore che ha fame della presenza del Signore".

RIPRODUZIONE RISERVATA
Tutte le citazioni sono tratte da F.Deliziosi "Pino Puglisi - il prete che fece tremare la mafia con un sorriso" (Rizzoli)

3 commenti:

  1. Don Pino prega per tutte noi famiglie e giovani siciliani perché il male di questa nostra terra sia sostituito da tante persone di buona volontà
    Lori Vinci

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  2. Grande uomo di Dio..un esempio di coraggio e fede. grazie Francesco
    Sonia Fiore

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  3. Bella questa foto di Puglisi a Gerusalemme, grazie. Era l'anno della mia ordinazione e mi sembra che per lui fosse il 25° sacerdotale. Guarda caso, o provvidenza, si intona con la liturgia della parola di oggi che parla del fare la volontà del Padre. Guardo questo mezzo volto di Puglisi, il suo corpo è lì, ma lui non c'è, è con Gesù, immedesimato in Lui, starà cercando di pensare a cosa pensava Gesù nel portare la Croce. La sta portando con dignità, con amore, come testimone innamorato. Magari pregava: "voglio vivere come te, Gesù, voglio essere fedele fino in fondo, voglio amarti con tutto me stesso ...", almeno io avrei pregato così, io prego così, ogni buon sacerdote dovrebbe pregare così. In questa foto, Puglisi è l'icona di Gesù, Agnello che va' (non che è costretto) al sacrificio, ed anche l'icona andrà un giorno al sacrificio non costretto, ma libero, fedele e innamorato del Padre e della propria missione, e non lo sa, come io che ora interpreto il portare la Croce nella foto, so, ma col senno del poi. Ma basta guardare la foto non onestà e pulizia e si percepisce la dolcezza, l'austerità, il sacrificio. Tante altre cose vorrei esprimere, ma, avendolo conosciuto abbastanza, il pudore dell'amore sacerdotale me lo impedisce. La butto sull'ironia, lui, che quando gli si diceva: "Buon giorno, monsignore!", come sappiamo rispondeva: "tu e to patri!", ora che dice dal Paradiso, accanto a Gesù, sentendosi dire: beato!, santo!, martire!? Non può più rispondere: "tu e to patri!", ma risponderà: "Te lo auguro, caro/a figlio/a e fratello/sorella!, ma senza martirio, però con la dolcezza di tutte le altre virtù!". Grazie padre Peppino, beato e martire! Grazie Francesco, suo grazioso banditore!
    Padre Giovanni Basile

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